Intervista con Linde Burkhardt

Redazione SMS MAG

17 Luglio 2018
Intervista con Linde Burkhardt in mostra al Santa Maria della Scala di Siena dal 13 luglio al 23 settembre 2018 con Dalle Gioie degli Etruschi

Abbiamo incontrato l’artista e designer Linde Burkhardt, in mostra al Santa Maria della Scala di Siena con sette tappeti ispirati alla cultura e alla vita quotidiana etrusche, realizzati fra il 2015 e il 2018 con tecniche tradizionali, in lana e seta annodati a mano.

Linde Burkhardt ha studiato arte alla Kunstgewerbeschule di Zurigo, alla Hochschule der Künste di Berlino e a quella di Amburgo; è stata poi borsista al Warburg Institute di Londra. Con il marito e architetto François Burkhardt ha fondato nel 1968 il gruppo Urbanes Design, con cui ha partecipato a concorsi, progettando piazze, aree gioco per l’infanzia, sistemi di elementi mobili e segnaletica applicata all’architettura. Dal 1976 al 2002 è stata docente presso l’università di Bielefeld in Germania. Dagli anni ’90 ha iniziato la carriera di designer, progettando tappeti, ceramiche, piastrelle, oggetti in ceramica e acciaio.

Lei e suo marito François Burkhardt avete comprato una casa in Italia negli anni ‘70. Oggi rifarebbe la stessa scelta? Trova cambiato il nostro paese?

È una domanda difficile a cui rispondere perché noi abbiamo vissuto il cambiamento dell’Italia. Certo non siamo italiani, ma nemmeno stranieri, qui ci sentiamo a casa. In fondo noi crediamo nell’Europa, ci sentiamo europei. La mia famiglia mi ha portato in Italia fin da piccola, andare a Firenze era obbligatorio; era bellissimo conoscere il Rinascimento e tutti i suoi campi: pittura, scrittura, musica, scultura e architettura. Quando si inizia a studiarli si apprezza l’influenza che il Rinascimento ha avuto anche in Germania o nei Paesi Bassi, arrivando a capire bene anche l’Europa. Non è una cosa specifica fiorentina, però è nata qui, e lo stesso direi anche per gli Etruschi. Loro sono un popolo esemplare e vivevano quasi nelle stesse terre del Rinascimento, mi sorprende la mancanza dei musei di interessare la gente a questi passati. Non bastano gli oggetti, c’è molto di più da imparare da queste civiltà.

È questo il senso della sua mostra Dalle Gioie degli Etruschi? Rendere contemporanea una cultura del passato come quella etrusca?

Sì, esattamente.

Cosa possiamo apprendere da queste civiltà scomparse?

Ad esempio la gioia di vita e il tema della morte: la vita dura fino ad un certo punto e la morte non è considerata come la fine di tutto. Oppure il tema dell’emancipazione femminile.

 

Ho notato che quello dell’emancipazione è un tema che ricorre nei suoi lavori. Mi hanno molto colpita nella mostra Personaggi le sue opere che vedono figure femminili scendere dai vasi…

In Svizzera la donna ha ottenuto il diritto di voto solo vent’anni fa, sembra una cosa irreale se si pensa che le donne etrusche erano considerate allo stesso livello degli uomini. Partecipavano ai banchetti anche se il marito non c’era e se ne stavano tra donne e uomini liberamente. Un esempio è Tanaquil, una donna che decise di lasciare Tarquinia per andare a Roma e costruirsi una nuova vita insieme al marito Lucumone, il quale diventerà il re Tarquinio Prisco proprio grazie al ruolo importante della moglie.

Inoltre mi piace che gli etruschi avevano il culto dell’estetica, durante le celebrazioni infatti anche quelli che servivano dovevano essere curati e si ungevano con oli profumati. Oppure tornando al tema della gioia di vivere, il tappeto che raffigura il piombo di Magliano ci informa delle regole nel contatto con gli dèi: per loro non era un problema vivere con gioia e nello stesso tempo rispettare le divinità, che erano anche il cosmo, le piante, la natura, il fulmine. Mi sembra una cosa importante e da recuperare.

Nel suo lavoro lei è sempre molto ricettiva rispetto alle città, ai luoghi e agli ambienti in cui vive e progetta. Che relazione ha instaurato, per esempio, con il Santa Maria della Scala che ospita la sua mostra?

Progetti come questi non nascono già finiti nella testa, ma si sviluppano passo dopo passo. Tempo fa mi hanno richiesto un tappeto a tema etrusco, allora io ho iniziato a studiare questo popolo perché non volevo fare una cosa superficiale o decorativa. Ho cercato un contenuto ben preciso e poi ho scoperto tante possibilità di temi per tappeti. È stato importante il sostegno di mio marito che mi ha detto che poteva essere una cosa interessante sviluppare questa ricerca. Quando si è soli davanti alle proprie idee si hanno sempre dei dubbi, ma lui mi ha incoraggiata.

Anche le piante, che vedete all’inizio della mostra, non sono state concepite fin dal principio, ma è un’idea che si è sviluppata dopo, quando mi sono resa conto che non era possibile ricreare tutti i dettagli delle loro foglie sul tappeto Il giardino di Aulo l’etrusco.

Poi abbiamo cercato un luogo interessato a ospitare i tappeti e siamo venuti a Siena. Prima il direttore del Santa Maria della Scala Daniele Pittèri e poi l’archeologa Debora Barbagli hanno portato la loro forza per realizzare questo progetto.

Debora Barbagli sulla mostra Dalle gioie degli Etruschi. Un dialogo contemporaneo

Abbiamo pensato di esporre insieme ai tappeti anche i reperti del Museo Archeologico, cercando di dare una prospettiva contemporanea all’esposizione. In un luogo come questo si inizia a capire che il passato è il passato, ma che si può guardare anche al futuro.

Ripercorrendo un po’ la sua biografia: nel ‘72 per Documenta si è confrontata con il tema del gioco, poi ha lavorato molto con i bambini, sull’arredo urbano per la qualità della vita delle persone ed oggi parla della gioia di vivere. Può essere che il fil rouge del suo lavoro sia l’attenzione al benessere e al welfare?

In generale è giusto, io e mio marito tentiamo di realizzarlo anche nella nostra vita per trovare un giusto equilibrio tra lavoro, studio e viaggi.

Lei si è occupata per molto tempo di infanzia. Per quelli che sono i suoi studi e la sua esperienza, anche a livello europeo, pensa ci sia stato un miglioramento per la condizione dei bambini nella società?

Per me la “cultura materiale” è un punto di partenza molto importante, tutto quello che è artigianato mi sembra importante perché porta a realizzare qualcosa. Su questo aspetto mi sembra che i bambini oggi abbiano una grande mancanza perché non sono più portati a creare oggetti nuovi partendo da zero, a sperimentare tutto quello che si tocca e che si potrebbe trasformare. Purtroppo adesso tutto questo viene sostituito dalle nuove tecnologie.

Può dirmi qualcosa sul suo approccio al lavoro dei tappeti? Il mix tra artigianato, arte del decoro e produzione…

Io personalmente ho studiato pittura, quindi il disegno e il tema delle due dimensioni colore e forme, ma quando voglio esprimere una determinata cosa mi piace la possibilità di lavorare con tutti i materiali. Ad esempio per la discesa delle fanciulle dai vasi ho dovuto fare tutti questi piccoli personaggi che ho creato in cera e poi ho fatto realizzare in metallo. Ogni volta è un processo. Un’idea si può esprimere con diversi materiali, mi sembra molto importante la cultura e la concezione che sta dietro il mestiere artigianale: mi piace studiare per capire come devo procedere nel processo di realizzazione. Ogni volta studio come funziona un linguaggio per poterlo utilizzare al meglio.

Si possono toccare i tappeti in mostra?

Sì. Non si possono toccare i reperti archeologici che sono nelle vetrine perché sono troppo fragili. Poi tutto il resto si può toccare.

Nella sua biografia ho letto che per lei “i confini tra i diversi campi non esistono”…

Per me non esistono, anche se in realtà esistono. Il gruppo Urbanes Design che abbiamo creato nel 1968 con mio marito era un gruppo interdisciplinare, dove tutti insieme abbiamo realizzato tanti lavori. Per noi l’interdisciplinarietà è una cosa naturale, non abbiamo paura di saltare in altri campi, la specializzazione è un vincolo chiuso. E infatti anche la ricerca si sviluppa quando si esce dal proprio campo limitato.

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