Intervista con Luca Quattrocchi

Redazione SMS MAG

10 ottobre 2018
SMS MAG ha incontrato Luca Quattrocchi, curatore di Musica per gli occhi. Interferenze tra video arte, musica pop, videoclip, per saperne di più sull’ideazione e l’allestimento visivo-sonoro della mostra visitabile al Santa Maria della Scala fino al 4 Novembre 2018.

La mostra Musica per gli occhi. Interferenze tra video arte, musica pop, videoclip, inaugurata lo scorso 9 Agosto 2018, indaga i linguaggi contemporanei del video e della musica e la loro ibridazione. Luca Quattrocchi, curatore della mostra, racconta in esclusiva a SMS MAG l’innovativo progetto.

È contento del risultato finale della mostra?

Sì, sono molto soddisfatto del risultato finale, anche se devo dire che è stato molto faticoso raggiungerlo. Abbiamo lavorato al progetto e alla ricerca delle opere di video arte per molto tempo. Anche per i ventotto videoclip in esposizione abbiamo fatto un’enorme selezione. Contrariamente a quanto può sembrare, una mostra di video arte, che non ha le problematiche tipiche di una mostra tradizionale come l’assicurazione o i trasporti, ha invece tutte le difficoltà legate all’allestimento, alla tecnologia e agli spazi. Inoltre questa è anche una mostra sonora, come dice il titolo Musica per gli occhi, quindi l’aspetto tecnologico doveva combaciare con le normali restrizioni di un ambiente particolare come è quello del Santa Maria della Scala. Soprattutto se consideriamo che tutti i video hanno un sonoro importante. L’amalgama di tutte queste opere è infatti la musica.

Quali sono stati i criteri che hanno portato alla creazione di questa mostra?

Come dice il sottotitolo, è una mostra all’insegna delle interferenze. Siamo perfettamente consapevoli che questa selezione non rappresenta i videoclip più importanti o più famosi. Abbiamo scelto invece quelli che nascono proprio da una confluenza di media e di discipline diverse. Sono tutti videoclip creati o da registi cinematografici, che per un’occasione o più si sono cimentati con questa diversa forma espressiva, o da artisti visivi contemporanei come Vanessa Beecroft, Damien Hirst e Tracey Moffatt. È importante sottolineare che non sono presenti video di registi prettamente di videoclip proprio perché ci interessava una sovrapposizione e uno sguardo trasversale tra le discipline.

Per quanto riguarda le opere di video arte invece?

Per la sezione delle opere di video arte invece l’elemento caratterizzante è la presenza della pop music. Gli artisti, come spesso capita, percepiscono prima di altri quello che sta accadendo nella società. Questa pervasività della musica pop è meno visibile rispetto a quella delle immagini, ma altrettanto importante e, forse, anche più subdola. Gli artisti lo hanno chiaramente percepito e si sono sentiti stimolati a lavorare su questo aspetto. Partendo da esempi più o meno noti di musica pop, i video elaborano dei discorsi molto diversi tra di loro. Possono essere discorsi poetici, che ricostruiscono un mondo interiore come nel caso di Pipilotti Rist, o dei discorsi politici molto forti come nel caso di Robert Boyd o di Katarzyna Kozyra, dove la musica è spesso l’elemento banale che viene scelto proprio per andare alla ricerca di significati diversi, oppure come spunto per riflessioni che vadano oltre orecchiabilità e riconoscibilità del motivo. Dei quindici lavori di video arte in mostra, tredici fanno uso di musiche già esistenti, da Loredana Bertè a Olivia Newton-John, da Chris Isaak a Donna Summer, mentre solo due hanno musiche che sono state create ad hoc.

Cosa ha spinto gli artisti a lavorare su questo tipo di opere secondo lei?

Secondo me, quello che ha portato gli artisti a lavorare su questo tipo di opere, è proprio il fatto che spesso noi assumiamo in maniera passiva il messaggio che la musica pop ci manda mentre l’ascoltiamo distrattamente. Dovremmo iniziare a ragionarci maggiormente perché produce una sorta di persuasione musicale, tanto quanto l’immagine. Penso sia questo che lega le diverse riletture dei brani di musica pop presenti nella mostra.

L’altro mezzo protagonista è la televisione…

Sì, anche la televisione considerata come strumento intermedio, come ad esempio nell’opera An Embroidered Trilogy di Francesco Vezzoli. O meglio, strumento intermedio per i video artisti ma strumento principe per i videoclip che invece nascono per il mercato televisivo.

Quindi che ruolo ha avuto la televisione?

La televisione è stata fondamentale, il sociologo Todd Gitlin ha evidenziato come MTV, nata nel 1981, ha accelerato il processo per cui i nostri ragionamenti avvengono più attraverso associazioni di immagine che attraverso logica. Questo è senz’altro vero se collocato in quegli anni, ma oggi il panorama è diverso. Basti pensare alle strumentazioni e alle modalità di fruizione delle immagini o della musica e all’intervento diretto che come pubblico possiamo avere. Indubbiamente l’ultimo ventennio del secolo scorso è stato caratterizzato da questo predominio dell’aspetto visivo-sonoro.

Non c’è una critica negativa sul ruolo della televisione? 

Questo è un discorso generale che va al di là dei videoclip a mio avviso, soprattutto negli ultimi tempi in cui la televisione, almeno quella che conosco meglio io, ha perduto quasi totalmente la sua vocazione formativa.

Quali sono state le tappe fondamentali dello sviluppo del videoclip che lo hanno portato ad assumere un ruolo così importante nella nostra società?

La vita del videoclip è stata singolare: negli anni ’80 ha avuto un incredibile successo consacrato da MTV, negli anni ’90 inizialmente sembrava essere ancora uno strumento efficace, finché si è arrivati ad un momento che invece sembrava finito (anche perché lo stesso canale televisivo non era più seguito come prima e i cantanti preferivano altre soluzioni di promozione). Paradossalmente proprie le nuove modalità di fruizione e le nuove piattaforme come Youtube e i social lo hanno rinvigorito perché hanno dato la possibilità all’utente di intervenire direttamente rispetto a prima, dove si era più passivi. Con MTV si stava davanti alla televisione ad aspettare che passasse il brano preferito, adesso invece si può scegliere. L’ultimo singolo Apeshit di Beyoncé e Jay-Z nel giro di una settimana ha totalizzato 41 milioni di visualizzazioni, se soltanto paragoniamo queste cifre, non dico ai lettori di libri, ma ad altre modalità più diffuse di fruizione di un’opera non c’è paragone. Il pensiero, quello che può veicolare un videoclip, oggi ha davvero una platea straordinaria, inimmaginabile rispetto a qualche anno fa. Verrebbe da dire che c’è stata una vera e propria resurrezione del videoclip come mezzo.

Molte volte si parla più della viralità di un video che dell’opera musicale in sé…

Sì, questo è sempre accaduto. Magari un video molto riuscito dal punto di vista delle immagini o del ritmo può portare al successo un brano più debole, quindi l’aspetto visivo può fungere da traino rispetto a quello prettamente musicale. Per quanto riguarda l’aspetto virale il video presente in mostra Rodopska Beyoncé dell’artista Gery Georgieva mi sembra molto significativo, perché quest’artista replica, in abiti tradizionali bulgari sui monti Rodopi della Bulgaria meridionale, con una precisione davvero incredibile, il balletto che Beyoncé fa in Single Ladies (Put a Ring on It) del 2008, ma senza musica.

Questo porta a riflettere sulla globalizzazione e su cosa voglia dire folklore, tema che ormai ha assimilato anche la cultura pop e quella globale. Gery Georgieva, che ora vive a Londra, si fa queste domande, ma non ci dà delle risposte. Le domande nascono dal fatto che lei stessa si sente presa da questo circuito e quindi si chiede: “Ma io cosa sono?”, “Cosa ci si aspetta da un’artista bulgara?”. Nel video si prende anche un pò in giro, ma poi ci induce a riflettere sul fatto che non è tutto “bianco o nero”, ma le questioni sono più intrecciate e complesse.

Anche l’opera Three Love Songs di Adel Abidin sembra porre domande complesse…

Quello è uno dei lavori più politici della mostra, realizzato da un’artista iracheno, nato a Baghdad e cresciuto sotto il regime di Saddam Hussein, da dove è fuggito. Oggi vive a Helsinki, ma la prima fase della sua vita non è stata facile. Questo lavoro a mio avviso è molto intelligente e molto forte: Abidin ha scelto tre stereotipi di cantanti occidentali, ovvero belle, bionde e avvenenti, in tre contesti musicali codificati molto precisi come jazz, lounge e pop. Ha fatto cantare a queste ragazze dei testi traslitterati dal dialetto iracheno senza dire loro quale fosse il significato. Le cantanti le hanno eseguite come fossero three love songs, come dice il titolo dell’installazione, quando in realtà sono delle canzoni encomiastiche e violente commissionate da Saddam Hussein per glorificare se stesso. Questo fa riflettere sulle modalità della manipolazione e del linguaggio, non solo quello dei dittatori ma anche quello dell’Occidente. Anche qui non ci sono buoni e cattivi, lo stesso Abidin riflette sul fatto che è cresciuto in Iraq, dove tutto era manipolato, ma anche qui da noi, in maniera più sottile e più subdola, succede questo. Lo stesso fatto di scegliere degli stereotipi, ai quali neanche più facciamo caso perché ne siamo parte, ci fa capire che non è tutto così facilmente suddivisibile tra le categorie, tra giusto e sbagliato.

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