Intervista con Filippo Maggia

Redazione SMS MAG

23 Settembre 2019

SMS MAG ha intervistato Filippo Maggia, curatore della mostra Effetto Araki al Santa Maria della Scala fino al 30 Settembre 2019

Intervista con il curatore Filippo Maggia sulla mostra fotografica Effetto Araki di Nobuyoshi Araki, uno tra i più noti fotografi del nostro tempo, famoso in tutto il mondo per le sue immagini cariche di femminilità, sensualità ed erotismo.

Qual è il suo rapporto con Nobuyoshi Araki?

Araki ed io ci conosciamo da più di vent’anni. Il mio primo incontro con lui è stato del tutto casuale: ero a Tokyo, in Giappone, per preparare una mostra su Hiroshi Sugimoto e, ad un appuntamento con lui, mi ha presentato Nobuyoshi Araki. Ai tempi Araki non mi interessava anche perchè, come la maggior parte del pubblico occidentale, conoscevo quasi esclusivamente i suoi scatti di bondage, le uniche fotografie rese note all’epoca.

Si parla di vent’anni fa quindi?

Sì, per i primi tempi Araki rimase una sorta di meteora scandalistica, cioè si parlava di questo fotografo giapponese, ma nessuno lo conosceva bene. C’erano anche tanti problemi di comunicazione perché nessuno di questi fotografi asiatici, fatta eccezione per Sugimoto, parla l’inglese, perciò risultava molto più complicato riuscire a comunicare. A fine anni ’90, al di là della mia curiosità personale, il Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci di Prato, diretto da Bruno Corà, mi chiese di curare una sua mostra e da quel momento in poi posso dire che nacque la mia amicizia con Araki, prima che professionale, proprio umana. Sono quelle classiche situazioni in cui ci si incontra come persone.

      

Dov’è che vi siete incontrati come uomini?

Credo nella generosità, come tanti altri artisti con cui ho lavorato. La mia opinione, che poi non è solo mia, è che i grandi artisti hanno questa caratteristica di sapersi dare e concedere proprio da un punto di vista creativo e di avere anche la capacità di coinvolgere le persone che lavorano con loro. Credo che sia un po’ una questione di entusiasmo, oltre che di feeling e di pelle, Araki per esempio non si è mai interessato, da un punto di vista artistico, alle mostre che io ho curato con lui.

In che senso?

Mi lascia campo libero, completamente. Sia per il catalogo che per i libri.

Quindi ha la massima fiducia?

Sì, sì, totale.

E che persona è Nobuyoshi Araki?

Questa mostra al Santa Maria della Scala, per la prima volta, secondo me, restituisce un’idea abbastanza completa di che genere di persona sia Araki. Si capisce come è arrivato ad oggi, da dove è partito, che percorso ha fatto, quali sono le scelte che ha compiuto. È fuori dubbio, ed è assolutamente tangibile, la qualità del suo lavoro, la professionalità, da un punto di vista anche propriamente tecnico. Io l’ho visto lavorare più volte ed è assolutamente straordinario, è uno dei fotografi più bravi che abbia mai visto all’opera, ha una grande capacità tecnica, sa maneggiare qualsiasi tipo di macchina fotografica, luci, set, pellicole obiettivi, inquadrature. Un grande fotografo.

Ha delle preferenze? Che tipo di macchina fotografica usa?

 Io l’ho visto utilizzare sempre macchine fotografiche di marca giapponese e il formato che preferisce è il classico 6×7.

E per quanto riguarda le Polaroid?

Le polaroid sono un altro importante capitolo della sua carriera artistica. Come per tanti fotografi, la Polaroid veniva utilizzata più che altro come mezzo di studio, per fare delle prove, per verificare l’inquadratura, per organizzare la scenografia. Nel caso di Araki sono diventate, da decenni ormai, opere vere e proprie. Mi ricordo, infatti, che nel 1997, appena Araki arrivò in Europa, Hans Ulrich Obrist gli dedicò il libro Polaeroid che è diventato una sorta di cult della fotografia, ricercatissimo, che oggi si trova solo in asta. Parliamo di circa trent’anni fa, per dare un’idea di quante Polaroid ha collezionato, decine e decine di migliaia probabilmente.

E lei che lo frequenta, che lo conosce, sa dirci come si rapporta, per esempio, agli smartphone?

Araki non ha neanche lo smartphone. Proprio non ce l’ha. Mai avuto uno smartphone.

Com’è lo studio di Araki? Ci faccia capire com’è il suo mondo…

Essendo lo spazio forse il bene più importante in Giappone, Araki ha due studi, uno dove sono depositati molti negativi, provini e le copie dei libri; l’altro invece è più uno spazio di lavoro, ma non è quello che noi possiamo immaginare, ossia lo studio fotografico tradizionale. Quello non ce l’ha e, di volta in volta, viene affittato e allestito per i vari set. E sono gli stessi spazi che poi lui utilizza anche per sé, cioè quando il lavoro non è commissionato, per la sua produzione. Poi spesso sceglie altri luoghi, come ad esempio le locande tradizionali, i ryokan, gli alberghi.

La ricerca della location è quindi l’elemento fondamentale?

É uno degli elementi fondamentali della sua fotografia, sì.

E come sceglie le modelle?

Anche questa è una caratteristica non da poco, perché si potrebbe pensare che queste modelle vengano scelte da lui, con un catalogo o tramite agenzia, ma in realtà non è assolutamente così, sono loro che si propongono, c’è una segreteria telefonica che raccoglie le disponibilità. Poi mandano le fotografie.

Una sorta di casting?

Sì, c’è una lista d’attesa molto lunga, di mesi e mesi, e poi a seconda di quello che lui immagina sceglie le modelle. Io l’ho visto rifiutare molte volte anche bellissime donne, attrici, cantanti, così come l’ho visto altre volte chiedere a persone con cui era a cena se fossero disponibili il giorno dopo per uno shooting.

Nella mostra al Santa Maria della Scala c’è tutto il percorso fotografico di Araki…

Qui c’è anche l’inizio, l’Araki reportagista, l’Araki che guardava al cinema e alla fotografia dei primi anni Sessanta, l’Araki ammaliato dal Neorealismo, in particolare dal cinema neorealista italiano, di cui apprezzava già anche le donne. La sua musa numero uno è Silvana Mangano, che è sempre stata per lui la donna. Anche se poi negli anni ha prediletto anche la bellezza, a mio avviso, molto giapponese, cioè molto tradizionale, riuscendo però anche a riportare gli eccessi, il punk, il fetish, più per divertimento che per altro.

Sì, infatti c’è anche dell’ironia…

Sì, è molto divertente.

Veniamo ora a Siena. Come nasce il progetto di mostra per il Santa Maria della Scala?

C’era un progetto di massima che io ho sviluppato proponendolo a lui sulla base dello spazio. Avendo la possibilità di giostrare con sale di diverse dimensioni e con altezze che variano, considerando che non avremmo potuto utilizzare muri (perché ovviamente non si possono toccare) e dovendo quindi costruire delle strutture, abbiamo fatto una selezione che è una sorta di cronistoria. La mostra quindi ripercorre un po’ tutta la sua carriera, facendo delle scelte per ogni decade dagli anni Sessanta ad oggi. Abbiamo cercato di attingere a gruppi di opere che rappresentassero a tutti gli effetti quello che è stato lo sviluppo della sua ricerca fotografica.

C’è anche il progetto fotografico Araki’s Paradise creato solo per questa mostra senese, come lo vogliamo definire?

Secondo me è un progetto che dà un’idea di quello che è Araki oggi, cioè una persona molto consapevole, che ha sempre spinto sull’acceleratore, ma che adesso sente che non ha più tanto controllo della macchina, quindi un po’ se ne sta rintanato, continua a giocare, però anziché farlo con le donne vere, usa i modellini, usa le figurine.

Del progetto con i guanti intitolato Gloves cosa ci può dire?

E’ un lavoro concettuale, secondo me molto interessante, ed è un po’ la controparte della malinconia, della fotografia un po’ crepuscolare, nella quale si è evoluto l’Araki tradizionale che noi conosciamo. É un lavoro di grande rispetto verso la fotografia e anche un po’ di richiesta di rispetto, come se invitasse il pubblico a trattare con delicatezza l’oggetto fotografia e tutto quello che può rappresentare. Poi gli inserimenti delle figurine, dei modellini, delle bamboline è dove si uniscono, se vogliamo, i due Araki, quindi il mondo femminile che come una fotografia va trattato con grande delicatezza, appunto con i guanti.

FOCUS: Nobuyoshi Araki

Per quello che ne sa lei, cos’è la fotografia per Araki?

Ha detto in tante occasioni “Grazie alla fotografia io sono Araki e ho saputo apprezzare ciò che ho intorno, il mondo”. La fotografia per lui è una copia, questo è importante, cioè non è un’invenzione o una rappresentazione o un’interpretazione, ma è quello che è, la realtà, e quindi lui ne restituisce una copia precisa, esatta. Poi lui nello specifico ha sempre considerato la macchina fotografica una protesi naturale del suo corpo, esattamente come l’occhio, tant’è che quando, a seguito della malattia, ha perso per un po’ di mesi la vista dall’occhio destro, lui ha fatto un lavoro in cui metà della fotografia veniva oscurata apposta, proprio perché quella era la vista che lui aveva.

Invece lei, in quanto suo curatore da anni, cosa pensa di Araki?

Io trovo che sia uno dei grandi fotografi del nostro tempo, assolutamente. Credo anche che, per quanto la sua sia una produzione sterminata, rimarrà nella storia della fotografia come uno dei più grandi artisti, più di tanti altri che sono celebrati o hanno successo nelle gallerie o nel mercato. Araki è un artista veramente a trecentosessanta gradi, uno di quei personaggi che continuano a vivere, che vanno oltre sé stessi.

 

 

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