Intervista con Elena Franco

Redazione SMS MAG

25 Giugno 2019

Elena Franco, l’artista che con le sue fotografie restituisce allo spazio “una dimensione di cura estesa”, racconta il suo progetto Hospitalia o sul Significato della Cura

SMS MAG ha incontrato Elena Franco, fotografa e autrice della mostra Hospitalia o sul Significato della Cura, ospitata fino al 7 Luglio 2019 dal Santa Maria della Scala e curata da Tiziana Bonomo. L’esposizione è il risultato di un luogo viaggio che ha portato l’artista in alcuni dei più antichi ospedali europei, fra cui quelli di Vercelli, Torino, Milano, Cremona, Alessandria, Arles, Bourg-en-Bresse, Lione, Parigi, Lessines, oltre che Siena.

Inaugurazione mostra Hospitalia. O sul significato della cura

Le sue immagini mettono l’accento sull’importanza di restituire un valore ai luoghi da sempre deputati all’accoglienza. Le fotografie ruotano intorno ad otto temi: monumentalità-bellezza, liturgia-rito, limite-legame, memoria-archivio, comunità-solidarietà, autarchia-sostenibilità, paesaggio-ambiente, riuso-trasformazione, e sono intrise dal profondo desiderio di fare emergere la voce collegiale alla base della volontà di curare chi soffre.

Ex ospedale Cremona

Qual è il suo approccio ai luoghi che fotografa? Fa dei sopralluoghi prima? Come si relaziona con gli spazi?

Avendo una formazione d’architetto, tendo prima a studiarli. Cerco le piante, leggo e guardo delle cose, di solito contatto prima i responsabili, perché non vado mai senza avere l’autorizzazione. Questo è il mio mantra, un pò per rispetto, un pò per il mio modo di approcciare alla fotografia.

Osservando le sue foto abbiamo notato dei siti abbandonati. Come si rapporta ad essi?

Quando ho iniziato il lavoro su Vercelli, ad esempio, l’ex ospedale era abbandonato. All’inizio sono stata addirittura accompagnata dai vigili urbani e da alcune persone del comune, poi ho seguito tutto il cantiere di restauro. Solitamente non mi piace mostrare le rovine fini a sé stesse o il degrado – parola che non amo -, ma cerco sempre di restituire valore all’edificio. Trovo che questa sia la cosa interessante, è questo che fa la forza del progetto ed è così che sono riuscita a creare anche dei legami tra i siti e tra i responsabili (che sono una cinquantina di enti perché su ogni sito ci sono più responsabili). Quindi, così facendo, ho anche incoraggiato degli scambi fra di loro.

Ex ospedale Cremona

In che modo favorisce questi scambi?

Ad esempio organizzando dei workshop. A Vercelli abbiamo fatto un workshop internazionale dove abbiamo invitato Marc Vuidart, il vice direttore del Museo Hôpital Notre-Dame à la Rose di Lessines (Belgio). È venuto a raccontare la sua storia e questo è servito non solo da spunto per il cantiere di restauro di Vercelli, ma anche a far maturare delle idee. Infatti, terminato il primo cantiere, nella ri-funzionalizzazione degli spazi si è deciso di fare un piccolo centro di documentazione. Questo è nato anche a seguito di tutto il lavoro che abbiamo fatto.

Quindi il suo progetto ha un significato oltre la fotografia?

Sì! Quando ho intervistato gli studenti dell’Università Ca’ Granda credo che nessuno, o pochissimi, avessero contezza del fatto che si trovassero nell’ex Ospedale Maggiore di Milano. Quindi con l’Università degli Studi abbiamo deciso di fare un percorso con dei QR Code e dei pannelli che raccontano il sito. Adesso tutti sanno che un tempo quel luogo era un ospedale perché entrando ci sono questi pannelli che ne raccontano la storia e questo è importante.

Il suo lavoro ha evidenziato che mancava un pezzo nella storia, che c’era un vuoto…

Sì, e poi ha favorito la consapevolezza che nel cuore delle nostre città ci sono dei patrimoni in dismissione. In Piemonte tutti i capoluoghi di provincia hanno l’ospedale antico dismesso, tranne Torino e Novara che però hanno un progetto per spostare l’ospedale. Anche Biella ha dismesso l’ultimo nel 2015, se non erro. Quindi hanno dei vuoti, dei metri cubi bloccati, cristallizzati nel centro delle città senza una destinazione. Quando si contribuisce a creare una sensibilità e una consapevolezza, invece, può darsi che, mentre si fa un progetto per un nuovo ospedale, si pensi a come recuperare quello dismesso. Se si lascia un sito inabitato anche per solo sei mesi, questo inizia un percorso di deterioramento che poi costa tantissimo recuperare.

Museo dell’Ospedale di Notre Dame à la Rose Lessines

Da questa analisi emerge il suo lavoro da architetto e, quindi, se dovesse definire le sue fotografie, in che genere le inquadrerebbe?

Eh, questo è difficile, nel senso che posso dire quello che dicono le persone che le vedono… 

Ma a noi interessa anche come le vede lei…

Chi le vede a volte mi dice che sono fotografie di documentazione, ma per me non è così. La documentazione potrebbe essere una parte del lavoro che ho fatto su Vercelli, perché mi è stato chiesto di fare una serie di scatti che sono andati negli archivi e che, fra cent’anni, serviranno per vedere ciò che è accaduto nel cantiere. Quello che ho fatto io, invece, è un lavoro più di taglio artistico, perché ho dato una mia lettura, una lettura per otto temi che ha provato a creare dei nuovi modi di vedere un argomento. Poi c’è una parte che è un po’ più intima perché sono arrivata a fare questo lavoro in un momento della mia vita dove avevo perso entrambi i genitori da poco. Quindi, probabilmente, il fatto di accostarmi all’ospedale, alla malattia, alla morte, insomma a questi luoghi, mi è servito per elaborare il lutto. Questo per me emerge dalle immagini, io potrei anche negarlo ma, probabilmente, chi le guarda capisce che quella non è solo documentazione. In quelle immagini, e anche nelle letture che io dò, c’è dell’altro.

Museo dell’Ospedale di Notre Dame à la Rose Lessines

Infatti, si avverte molto l’elemento della spiritualità. Ci racconta questo aspetto?

Sì. Io sono cattolica, ma non praticante, e moltissimi degli ospedali che ho fotografato sono di culto o di fondazione religiosa. Questi diventano fin da subito dei luoghi di comunità civile, quindi con un regolamento, come il Santa Maria della Scala che è stato uno dei primi. Quello che è emerso, e che mi ha toccato molto, è stato l’aspetto comunitario. Le persone legavano i propri beni all’ospedale, se ne prendevano cura in maniera collegiale, se ne garantiva il welfare che all’epoca non poteva essere come ai nostri giorni. Quindi questa è per me la spiritualità: fare vedere e fare emergere come in questi luoghi c’era e c’è una voce collegiale. Intere generazioni hanno lavorato per il mantenimento e la crescita della comunità, per fare sì che anche il meno fortunato venisse accolto. Attraverso i lasciti che i benefattori hanno da sempre dato a questi siti anche il mondo rurale era strettamente collegato con l’ospedale. Dunque il welfare e la cura si estendevano anche nel territorio, affinché chi avesse necessità di lavorare potesse trovare uno spazio di lavoro. Era davvero una dimensione di cura estesa.

Una dimensione diversa rispetto a quella di cura degli ospedali di oggi?

Sì, perché adesso l’ospedale è una macchina e noi siamo parcellizzati. All’epoca era un luogo di accoglienza e, oggi, la differenza fondamentale, è proprio questa dimensione dello stare accanto, del preoccuparsi della sofferenza degli altri. Forse questo è un tema su cui riflettere.

Hôtel-Dieu Parigi

Ha sottolineato come sia importante il legame fra l’ospedale e le persone, tuttavia ha scelto di fare fotografie quasi tutte senza persone. Come mai?

Alcuni di questi ospedali erano dismessi, vuoti, e altri, come per esempio l’Hôtel-Dieu di Parigi è un ospedale tutt’ora operativo. Si trova sul sagrato di Notre Dame, sull’Île de la Cité, ed è funzionante. In questo caso, naturalmente, mi sono impegnata a non fotografare né pazienti né medici. Eppure, se si guarda bene, nella foto di Parigi c’è una persona. E poi ce ne sono altre, per esempio a Vercelli, dove c’è una signora vestita di giallo che cammina. Capita che il lavoro di editing trascuri le persone, però a volte ci sono.

Hôtel-Dieu Parigi

In particolare, nel caso del Pellegrinaio del Santa Maria della Scala si avverte forte la presenza umana. E’ la grandezza della sala a renderla così evidente?

Sì, serve anche a dare un senso delle proporzioni. In fotografia non si riesce a restituire l’eccezionale dimensione che il visitatore vive nel Pellegrinaio. Non c’è grandangolo che tenga, ed il fatto di aver lasciato quella persona, secondo me, restituisce la contezza della profondità.

Santa Maria della Scala Siena

Hospitalia è un lavoro finito?

No! Non finirà mai, nel senso che io ho ancora un pò di forza per portarlo avanti e poi la soddisfazione più grande è quando va avanti anche senza di me.

Santa Maria della Scala Siena

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