LUNEDÌ CRITICO: Umberto Croppi

Redazione SMS MAG

19 Agosto 2019

Su SMS MAG prosegue l’appuntamento con la rubrica Lunedì critico, che indaga il rapporto tra innovazione, cultura e società, dialogando con operatori culturali.

A cura di Lorenza Fruci

Per Lunedì critico, la rubrica che indaga la relazione tra innovazione, cultura e società, la parola va a Umberto Croppi. Da poco nominato Presidente della Fondazione La Quadriennale di Roma dal Ministro per i Beni e le attività culturaliCroppi è presidente e AD di Federculture Servizi srl, presidente e AD di Cosmec srl, già a direttore generale della Fondazione Valore Italia (Esposizione permanente del Made in Italy e del Design italiano).

Qual è la sua idea di innovazione nella cultura?

Cultura è un termine ampiamente polisemico, quindi una risposta adeguata necessiterebbe di restringere il campo: parliamo di conoscenza, di produzione culturale, di politiche culturali, di eredità, di comportamenti condivisi…?  E ancora, parliamo di arte, di letteratura, di spettacolo, di istruzione, di ricerca?

Comincio quindi col dire che la “cultura”, come fenomeno a sé, è stata introdotta nel nostro lessico solo in tempi recenti e quindi la nozione di cultura come noi la intendiamo è un derivato storico, probabilmente transitorio. Nessuno nel Rinascimento si sarebbe sognato di associare tale parola alla musica o alla pittura. Dunque, dobbiamo essere coscienti che quando ne parliamo usiamo un filtro molto elastico e frutto di elaborazioni tutte nostre.

Nel senso più lato, quello che parte da una visone antropologica, la cultura è il risultato della coazione di una serie di forze concorrenti e, quindi, in costante mutamento: non esiste un archetipo su cui parametrare le mutazioni. Il senso estetico, la gerarchia dei generi, le forme espressive derivano dalla necessità di interazione, dall’intensità delle tensioni sociali, dalle tecniche a disposizione, dalla possibilità di muoversi e confrontarsi, dalla gestione del tempo.

Mi spiego: l’attività speculativa, la poesia, la narrazione, persino la cura dell’estetica sono figlie delle società pastorali. Erano i pastori che avevano (e hanno) tutto il tempo di osservare, di porsi domande, di creare, di incontrare nuove persone e, con queste, scambiare, competere.

Parallelamente, e con simile ripartizione dei tempi di vita, sono i cacciatori che hanno iniziato a raffigurare e ritualizzare l’attività artistica. Tutte le nostre creazioni, e la loro percezione, portano nel proprio questa genesi, queste possibilità, questa esigenze.

Dunque, come si vede, sto restringendo il mio campo alla capacità di creare, cioè di produrre novità, traendo ispirazione da quello che ho intorno e di condividere la mia creazione, renderla comprensibile e condivisa. Il richiamo che ho fatto serve a sottolineare come queste possibilità sono comunque legate agli stimoli di cui dispongo e alla organizzazione del mio tempo/fatica.

La creazione è, allora, di per sé innovazione: traggo dal contesto ed elaboro una forma, un suono, un pensiero che prima non c’era. Poi questo mio gesto incontra uno spettatore e questi ne dà una propria interpretazione, mediata dal proprio bagaglio di conoscenze. L’incontro genera stupore, incomprensione, curiosità, rigetto, imitazione, modificazione; mette alla prova il sapere dell’altro e le tecniche a sua disposizione. Da quel momento l’opera non è più la stessa, è modificata dallo sguardo dell’osservatore, non è più dell’autore, e promuove nuova creazione.

Lo so, l’ho presa alla larga, ma non si possono mettere in campo categorie alla moda, come rigenerazione, recupero, organizzazione, diffusione, conservazione, se non si ha ben presente che la cultura non ha un corso univoco, non può essere direzionata, né misurata su una scala assoluta. Il rapporto che noi stabiliamo con essa è sempre ideologico.

Nella nostra vita quotidiana, nel nostro fare, possiamo certamente misurare la forza dell’intervento pubblico, la capacità espressiva di una comunità, lo stato di salute di un genere, la capacità dei media di rapportarsi con singoli fenomeni artistici. Ma dobbiamo sempre ripeterci che queste attività hanno un valore settoriale, rispondono a esigenze gergali, sono un mestiere, un modo di agire sui frammenti; non possiamo prenderle troppo sul serio, credere che abbiano a che fare con il cuore della questione.

Sfuggo dunque, volontariamente, dall’attualità (in ogni momento ci occupiamo di questi aspetti, spesso con retorica e inerzia) e qualche volta fa bene astrarsene.

La cultura, per come ho cercato di dirla, è forza distruttrice e creatrice (come il Dio Shiva per gli induisti), è l’unico vero motore, è l’energia che tiene in piedi e mette in forma la nostra vita collettiva, ma le esigenze cui risponde e le forme che assume sono quelle che l’esperienza ci consegna, non quelle che ognuno di noi vorrebbe si perseguissero.

Guardiamo cosa succede nell’arte. I grandi movimenti non hanno mai teorizzato una forma verso cui l’umanità avrebbe dovuto tendere, hanno semplicemente fatto irruzione nella storia scomponendo quello che hanno trovato, hanno detto la loro, senza valutarne le conseguenze.

Tra le novità lessicali introdotte dalla rete la metafora che trovo più interessante è quella del “navigare”, ecco dobbiamo acconciarci a navigare e, i più vocati, gli artisti, hanno il compito di andare dove nessuno è stato. Come i pastori e i cacciatori di un tempo.

LUNEDÌ CRITICO: Mauro Felicori

Tre parole chiave per definire l’innovazione nella cultura.

Ne dico due: mito più elettricità. Se debbo aggiungerne una terza, direi amore.

LUNEDI’ CRITICO: Paolo Verri

Una best practice prodotta da un processo d’innovazione in una istituzione, centro culturale, museo… e l’elemento innovativo che l’ha caratterizzata.

Questa domanda ci riporta inevitabilmente ad una visione settoriale. Tuttavia se dovessi rispondere con un’affermazione secca, alla luce di quanto ho sopra cercato di argomentare, senza esitazione direi: Internet.

L’avvento di questa nuova possibilità è l’unica vera grande rivoluzione: ha ampliato, in un tempo infinitamente breve, tutte le nostre possibilità espressive, ha mischiato i generi, ci mette a confronto in ogni istante con questioni e pratiche fin ora inaccessibili ai più. Non credo che cambi la sfera delle nostre emozioni e delle nostre capacità, offre a queste nuove possibilità. Non una realtà parallela, non c’è niente di “virtuale” nella rete, ma la dilatazione del mondo per come noi lo abbiamo conosciuto e esperito, come l’invenzione della ruota o la scoperta dell’America.

Se invece dovessi scendere nel microcosmo – e lo faccio solo in forma esemplificativa – potrei citare qualche caso, come dicevo all’inizio, circoscrivendo radicalmente il campo.

Parliamo di musei e parliamo di Roma. Il museo, al di là della rigida definizione che tenta di ridurlo ad una istituzione con confini definiti, ha senso se riesce a illustrare e produrre effetti sui suoi fruitori, e possibilmente anche fuori delle sue mura. Il tempo ha spesso trasformato i musei – quelli che i futuristi volevano distruggere – in depositi di oggetti sacralizzati e per ciò stesso muti, incapaci di evocare e provocare azione sociale.

Un caso che ben si presta a riportare il museo alla propria originaria funzione è il piccolo Museo della Mente, collocato in uno dei padiglioni dell’ex ospedale psichiatrico di Monte Mario.

Lo spazio è organizzato, per così dire, a strati. C’è la memoria, costituita dalla fossilizzazione di alcuni ambienti di contenimento, così come il passato ce li ha consegnati, e dagli strumenti utilizzati dalla “scienza” medica. Già questo mette in una condizione di disagio, fa vivere il disagio che ha abitato quei luoghi. C’è poi una piccola raccolta di testimonianze (graffiti, disegni, composizioni) che raccontano la soggettività di quella che siamo abituati a bollare come follia.

Poi però c’è un’esperienza ancora più coinvolgente: la possibilità di sperimentare le distorsioni della percezione, ottica, uditiva, sensoriale. Attraverso accorgimenti “tecnici” anche un bambino può comprendere che la realtà non è una, ma la sua percezione cambia dall’angolazione da cui la si osserva, in cui si è costretti a vederla. È un gioco di ombre, come nel mito della caverna di Platone. Visitando il museo si capisce qualcosa, si esce cambiati.

Ecco questo è un caso in cui, seppure con risorse limitatissime, espedienti scientifici e tecniche nuove (in questo caso è stato decisivo l’intervento di Studio Azzurro) consentono di aggiornare anche il rapporto dell’istituzione con il suo fruitore. Però non è la tecnica in sé a produrre questo risultato, è l’idea che c’è dietro e la perizia nel dargli forma utilizzando gli strumenti a disposizione.

Ho scelto volutamente un esempio che non ha a che vedere con l’istintiva associazione museo = arte, per dire che cultura è un’altra cosa e che, in fondo, possiamo trovare arte anche la dove non la cerchiamo.

LUNEDI’ CRITICO: Derrick de Kerckhove

Quali semi di innovazione ha il mondo dell’arte italiana che ancora non è riuscita a mettere a frutto?

Bene, qui entriamo in un altro aspetto settoriale, in un altro microcomosmo, anche questo da tagliare a sua volta a fette per comprenderne “i” significati.

A me pure capita, seppure con molto pudore, di usare a volte l’espressione “sistema dell’arte”,  e pure in questo caso possiamo utilizzare questo concetto solo se parliamo della produzione, del mercato, delle iniziative, dei musei, delle esposizioni, della critica. Ognuna di queste categorie si organizza, in forme più o meno organiche, come sistema; ma rifiuto l’idea che l’arte in sé possa costituire un sistema.

Quindi ritengo quasi impossibile rispondere alla domanda. Ci provo a modo mio, continuando a girare intorno allo stesso nodo. Che il nostro Paese abbia perso dei colpi rispetto al contesto internazionale è una constatazione probabilmente scontata, ma questa stagnazione è frutto di una situazione ambientale, congiunturale: siamo una terra di vecchi, in parte appagati, in parte fiaccati, è la ruota di cicli fisiologici di ogni civiltà.

Non credo si possano individuare responsabilità, come dicevo, non credo che esista un sistema a cui proporre dei correttivi. Certo, si investe poco nella ricerca, nell’innovazione e, più in particolare, nella promozione dell’arte. Ma non saranno immissioni di anabolizzanti a rendere muscolosa la nostra creatività: se c’è energia, quella viene fuori, prorompe.
D’altro canto non credo nemmeno che l’elettroencefalogramma sia piatto, c’è un lavorio, favorito proprio dalla sperimentazione nei nuovi settori della tecnica, humus da cui emergono anche punte di eccellenza, in cui sedimentano capacità e curiosità che ancora caratterizzano questo pezzo di mondo. A volte è più quello che esportiamo che quello riusciamo a radicare, ma poco importa, e se parliamo di semi l’importante è crearli, i frutti arrivano.
Se c’è una virtù che scarseggia in questa fase è, semmai, il coraggio, la voglia di rischiare, senza la quale non basta nessun artifizio per affrontare il mare e andare, appunto, dove nessuno è stato.

 

 

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