LUNEDÌ CRITICO: Mauro Felicori

Redazione SMS MAG

5 Agosto 2019

Su SMS MAG torna l’appuntamento con la rubrica Lunedì critico, che indaga il rapporto tra innovazione, cultura e società, dialogando con addetti ai lavori.  

A cura di Lorenza Fruci

Per Lunedì critico, la rubrica che indaga la relazione tra innovazione, cultura e società, la parola va a Mauro Felicori. Bolognese, laureato in Filosofia, oggi è commissario alla Fondazione Ravello e Direttore di AGO – Modena Fabbriche Culturali. Dal 2015 al 2018 è stato direttore della Reggia di Caserta. In precedenza ha avuto diversi incarichi come dirigente del Comune di Bologna: turismo e city marketing, città creative, cultura, tutela e valorizzazione dei cimiteri monumentali, networking internazionale, politiche per i giovani. Ha affermato la candidatura di Bologna a Capitale europea della Cultura 2000.

Qual è la sua idea di innovazione nella cultura?

Facciamo una premessa, dobbiamo fare due discorsi diversi se parliamo di spettacolo dal vivo o di beni culturali. Il tema di oggi dei beni culturali è la necessità di una rivoluzione manageriale: bisogna cominciare a considerare i beni culturali come beni che hanno la necessità di una gestione imprenditoriale, come fossero aziende, imprese. Questa è la condizione per la quale i beni culturali non siano più un costo per la collettività (o non solo un costo per la collettività), ma siano anche produttori di lavoro, di ricchezza, di benessere, naturalmente da impegnare negli stessi beni culturali. Diciamo che la gestione che c’è stata finora è che i beni culturali siano un costo per la collettività, un costo nobile perché si tratta di cultura, ma sostanzialmente un costo. Dietro a questa filosofia, che già di per sé è sbagliata, si sono poi annidate inefficienze, incurie e disattenzione, per cui questi beni costano di più di quello che potrebbero costare. Il risultato è che ci sono beni culturali tenuti bene, e alcuni anche benissimo, ma che il grosso dei beni italiani è abbandonato o semi abbandonato. Se la parte più forte dei beni culturali è un costo vuol dire che non genera quelle risorse che servirebbero a gestire la parte più debole, quella fatta di beni meno appariscenti e importanti. Quindi ci vuole una rivoluzione manageriale: c’è bisogno che i musei siano gestiti da persone con capacità manageriali, che possano anche essere specialisti della materia (ma possano anche non esserlo), che applichino ai musei tutte le tecniche più avanzate che si usano nell’industria, nei servizi e nel settore privato. Lo sappiamo. Così come sappiamo che se il settore privato in Italia funzionasse come la pubblica amministrazione saremmo un paese decisamente più povero; di converso, se gestissimo i beni culturali italiani come sanno fare le migliori industrie e servizi, saremmo un paese molto più ricco. È una verità perfino banale, che però nessuno dice. Chissà perché? Su questa strada è stato fatto un passo importante con la riforma Franceschini che ha fatto una prima innovazione, cioè ha preteso che i direttori, ancorché specialisti, avessero capacità manageriali. E già questo ha suscitato uno scontro politico enorme, perché si rifiuta che ci sia una gestione moderna ed efficiente dei beni culturali. Mi sembra e temo che l’opinione contraria a questa rivoluzione manageriale, al momento, sia largamente maggioritaria. Questo è stato il primo punto per cui la riforma Franceschini è stata importante. Il secondo punto è che ha rotto i silos delle carriere ministeriali (per cui i posti vengono divisi tra chi è già all’interno dei ministeri), aprendo qualche finestra e cercando sul mercato del lavoro delle risorse nuove che si fossero cimentate in altre esperienze. Tutto questo considerando che la riforma Franceschini è stata una mezza riforma perché non ha toccato l’autonomia nella gestione del personale.

LUNEDI’ CRITICO: Paolo Verri

Per quanto riguarda il futuro: proseguire su questa strada, aumentare il numero dei musei autonomi e renderli autonomi anche nella gestione del personale. E poi, i piccoli musei che sono rimasti in questi cosiddetti poli museali regionali io li farei dipendere dai grandi musei, in modo che la richiesta che i grandi attrattori producono venga riversata nei beni culturali minori. Quindi prendere la parte più ricca dei beni culturali italiani, renderli autonomi, darli in gestione manageriale aziendale e, con la ricchezza prodotta, fargli adottare realtà più piccole. Faccio un esempio: il Museo Archeologico di Napoli o la Reggia di Caserta potrebbero adottare tutti i musei archeologici della Via Appia Antica. Beni culturali non necessariamente tenuti male, ma poco conosciuti o fuori dai grandi giri. Questa è la mia proposta per i beni culturali.

Tre parole chiave per definire l’innovazione nella cultura.

Rivoluzione manageriale, appunto. Visione strategica ed efficienza.

LUNEDI’ CRITICO: Derrick de Kerckhove

Una best practice prodotta da un processo d’innovazione in una istituzione, centro culturale, museo… e l’elemento innovativo che l’ha caratterizzata.

Non ho avuto molto tempo per girare perché ero a capo chino, però mi sembra che nella sistemazione museale interna abbia fatto bene sia la Pinacoteca di Brera a Milano che la Galleria degli Uffizi a Firenze. In un senso generale direi benissimo Paolo Giulierini al Mann e Gabriel Zuchtriegel al Parco archeologico di Paestum come gestione di un sito archeologico.

LUNEDI’ CRITICO: Giuseppe Stampone

Quali semi di innovazione ha il mondo dell’arte italiana che ancora non è riuscita a mettere a frutto?

Secondo me il grande salto che l’Italia potrebbe fare, ma che non riesce a fare, è sul contemporaneo. Innervare una rete di grandi musei del contemporaneo che si appoggino su una grande storia dei beni culturali. In Italia abbiamo un passato così importante che c’è sempre il rischio di non dare abbastanza importanza al presente. Invece noi dobbiamo creare nel contemporaneo un passato per i nostri posteri. Ad esempio, in Campania, secondo le classifiche regionali dell’arte, ci sono i migliori artisti, galleristi, critici, ma manca (anche al Sud in generale) un grandissimo museo del contemporaneo che potrebbe diventare anche il museo dell’Italia del Sud. Io ho proposto la Reggia di Caserta, che ha 30.000 – 40.000 metri quadrati vuoti e una collezione formidabile come Terrae Motus, e Napoli che ha tutte le risorse umane, ma non ha un grande spazio. La Reggia di Caserta potrebbe diventare un grande polo, importante per svolgere anche una funzione europea, intendendo Caserta come parte della grande Napoli nella visione di Carlo di Borbone che l’ha costruita.

 

 

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