LUNEDI’ CRITICO: Giuseppe Stampone

Redazione SMS MAG

29 Aprile 2019

Su SMS MAG prosegue l’appuntamento con la rubrica Lunedì critico che indaga il rapporto tra innovazione, cultura e società dialogando con addetti ai lavori del mondo dell’arte

A cura di Lorenza Fruci

Per Lunedì critico, la rubrica di SMS MAG che indaga la relazione tra innovazione, cultura e società, la parola va a Giuseppe Stampone. Noto come artista che mette in relazione il disegno con i new media, il suo lavoro è frutto di un articolato e complesso pensiero da intellettuale che utilizza le singole opere e mostre, unite da una coerenza interna, per esprimere la sua interpretazione e critica della società contemporanea.

Global Education è uno dei suoi progetti in cui la sua visione innovativa fornisce degli strumenti concreti di riappropriazione di senso critico e indipendenza di pensiero. Uno dei suoi abbecedari, sui quali si basa la proposta della sua alternativa alfabetizzazione, è stato esposto anche al Santa Maria della Scala nel 2015 in occasione di Verso_settimana di arte e architettura contemporanea a cura di Michela Eremita.

Qual è la sua idea e definizione di innovazione nella cultura?

Credo che la formalizzazione nasca dal linguaggio, ogni linguaggio ha una propria grammatica che è data dall’atto del respirare. Si deve uscire e respirare a polmoni pieni, avere coscienza, memoria, identità della storia per non rifare alla “maniera di”. La coscienza storica è l’unica che non fa riusare contenuti vecchi con forme nuove. Il problema di oggi è che sono tutti ready-made duchampiani, cioè la gente cambia forme ma non inventa dei dialoghi e dei contenuti nuovi, fatta eccezione per Bill Gates, Steve Jobs, Michael Jackson, per tutti quelli che hanno creato un linguaggio nuovo nel bene e nel male, pop o intellettuale. Avere quindi una coscienza della storia, vivere la contemporaneità, usare i medium e i linguaggi della contemporaneità, avere la relazione con i giovani, io diffido sempre da chi non ha e non dà fiducia alle nuove generazioni. Io insegno all’Accademia di Belle Arti perché ci sono dei ragazzi dai 22 ai 25 anni ed è l’unico luogo della mia contemporaneità dove mi insegnano cose che non so, per me è un input. L’innovazione viene dal coraggio di dissociarsi e di dimenticare tutte le proprie certezze. Ospitare all’interno di noi l’antitesi di quello che siamo, l’antitesi delle nostre certezze, dimenticarle è un primo punto di innovazione. Bisogna ammazzare sempre i propri padri, io sono fissato con Marshall McLuhan, Piero della Francesca, Pier Paolo Pasolini o altri, ma bisogna ucciderli, dimenticarli, perché altrimenti si diventa citazionisti, maniera di sé stessi, maniera di un linguaggio creato da altri. Quando usi un linguaggio non tuo cosa fai? Vai a citare la differenza tra un intellettuale e un citazionista: quest’ultimo è un nozionistico, l’intellettuale invece è colui che crea un linguaggio nuovo.

LUNEDI’ CRITICO: Valentina Tanni

Tre parole chiave per definire l’innovazione nella cultura.

Respirare, distruggere (le proprie certezze anche qui) e poi giocare.

Una best practice prodotta da un processo d’innovazione in una istituzione, centro culturale, museo, teatro… e l’elemento innovativo che l’ha caratterizzata.

Una buona pratica che ho visto negli ultimi trent’anni in Europa e che mi ha affascinato molto perché ha cercato di creare un dialogo nuovo è stato il Palais de Tokyo, grazie a Nicolas Bourriaud con i due libri Esthétique relationnelle e Postproduction che hanno cambiato il modo di percepire l’arte e hanno trovato formalizzazione nel Palais de Tokyo dove lui era direttore artistico. Quindi due libri che hanno preso forma all’interno di uno spazio. Mi piace perché in questo caso il curatore, direttore e teorico che ha scritto una visione vi ha dato forma grazie ad un format che si è sviluppato all’interno di questo museo.

LUNEDI’ CRITICO: Fabio Severino

Quali semi di innovazione ha il mondo dell’arte italiana che ancora non è riuscita a mettere a frutto?

Quello di autodistruggersi perché il sistema italiano è autoreferenziale. Mi spiego: noi ormai siamo una succursale di sistemi internazionali molto più potenti, non riusciamo ad imporre una visione e un’idea ma siamo vittime di visioni e idee altrui. Diventiamo succursali di paesi che hanno visioni molto più di qualità delle nostre che riescono ad imporre, siamo un paese di esterofili che non ha e non crede nella propria identità, la storia ci insegna che siamo un paese sempre dominato, abituato alla dominazione e non ad imporre la propria visione, quindi l’unica speranza che ho è nell’arte… anzi il sistema dell’arte non ha bisogno di autodistruggersi perché l’autodistruzione implica un’esistenza. Noi invece non siamo proprio sistema, per esempio le nostre riviste hanno solo pubblicità e recensioni a pagamento, i curatori vengono pagati dalle gallerie per fare delle mostre, c’è un conflitto d’interessi troppo corrotto e marcio. Però non ci dobbiamo preoccupare perché tanto non esistiamo e siccome non esistiamo possiamo anche illuderci di esistere perché tanto non esistiamo. Questo è il sistema, però l’arte io credo che in ogni momento, in ogni tempo, in ogni spazio, in ogni istante, in ogni parte del mondo si crei e l’arte vera viene sempre fuori. L’arte è democratica: con il tempo o vive o muore per sempre o risuscita e non lo decide il sistema, ma lo decide l’arte. La gente giudica per un tornaconto personale, ma l’arte nei tempi è stata sempre democratica, ci sono voluti 500 anni per rivalutare artisti come Caravaggio o Piero della Francesca. Non c’è da preoccuparsi di niente, l’essenziale è che ogni artista ogni giorno si alzi e respiri. Io la mattina mi alzo e respiro, e spero di respirare per tanto tempo della mia vita. Quando non respirerò più non sarò io a decidere ma saranno le mie opere che o sopravviveranno o moriranno per sempre. Però l’innovazione fa parte della storia, c’è stata con la prospettiva come con internet, e diffido dalla gente che è contro le innovazioni e i cambiamenti. Un artista, un intellettuale non può essere un conservatore.

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