LUNEDI’ CRITICO: Derrick de Kerckhove

Redazione SMS MAG

10 Giugno 2019

Su SMS MAG prosegue l’appuntamento con la rubrica Lunedì critico, che indaga il rapporto tra innovazione, cultura e società, dialogando con studiosi ed operatori culturali 

A cura di Lorenza Fruci

Per Lunedì critico, la rubrica di SMS MAG che indaga la relazione tra innovazione, cultura e società, la parola va a Derrick de Kerckhove. Sociologo e docente, tra i massimi esperti al mondo di nuovi media, è noto per i suoi numerosi lavori accademici con cui ha gettato le basi di una moderna teoria della comunicazione nell’era digitale.

Qual è la sua idea di innovazione nella cultura (mi riferisco non prettamente alle nuove tecnologie ma a pratiche da interventi di trasformazione del rapporto fra pubblico e prodotti culturali, di trasformazione del territorio o dei manufatti, di interventi di rigenerazione di spazi e/o contesti urbani…)?

L’innovazione nella cultura in passato era sempre uno scandalo. Ne facevo, anni fa, un paragone con l’attività vulcanica. In poche parole: l’irruzione della novità artistica (pitturale, musicale, poetica) nell’era meccanica attraversava la crosta psicologica della cultura borghese, capitalista, “the establishment”. La musica rock roteava le orecchie dei tifosi del balletto. Courbet, poi Picasso scandalizzavano i compratori di pitture accademiche, poi impressioniste. Inizialmente terrorizzati dalla lava profusa d’innovazioni culturali laddove non ci si riconoscevano, a poco a poco i più colti si abituavano alla novità, la capivano e l’integravano, al momento in cui raffreddata, ormai senza minaccia, era arrivata alla base del vulcano dove si trovano i musei. Questo periodo è finito. Tutta la società attuale si trova in uno stato costante di precarietà e di instabilità psicologica. All’era meccanica succede quella digitale. L’arte passa dal vulcanico all’omeopatico. Un’app di Salvatore Iaconesi, una puntata di Black Mirror, un evento di Femen, virali sulla rete cambiano una cultura non più prerogativa esclusiva della gente “per bene”, ma assorbita e promossa da tutti senza distinzione di colore e nemmeno di fattori socio-economici.

Tre parole chiave per definire l’innovazione nella cultura.

Viralità – effetto omeopatico – vulcanico.

Una best practice prodotta da un processo d’innovazione in una istituzione, centro culturale, museo… e l’elemento innovativo che l’ha caratterizzata.

Ho partecipato a Etherea, una mostra a Genova pensata e prodotta da Virginia Monteverde, che mi ha colpito come dimostrazione delle potenzialità di collaborazione tra il reale e il virtuale, in particolare la presentazione di grande sculture sulla piazza del Palazzo Ducale di Genova. A vista non c’era niente sulla piazza, però, grazie a un’applicazione digitale, attraverso lo smartphone si potevano vedere, girare intorno, praticamente “toccare” queste forme enormi, fisse, solide, dure, e pure belle, un contrasto nel momento della visione fra il peso e la leggerezza dell’opera. Al Polo del ‘900 a Torino sono stato colpito dalla piccola e molto concentrata mostra Futuri Passati di Simone Arcagni dove, la contrazione dei tempi, attraverso la raccolta delle anticipazioni fatte nel passato sul nostro tempo presente, suscitava un’emozione forte di riconoscimento, questa scintilla è il secondo sguardo che ti porta alla conoscenza. Poi non dobbiamo limitare l’indagine alle costruzioni materiali. Anche sulla rete succedono accelerazioni culturali che fanno data. Penso in particolare a La cura di Iaconesi e Persico, invito globale a condividere esperienze vissute con il cancro, una “performance” certamente, però anche un’emozione globale, del tipo di cui avremo sempre più bisogno nel nostro mondo in tragicomica transizione.

Quali semi di innovazione ha il mondo dell’arte italiana che ancora non è riuscita a mettere a frutto?

L’Italia è una bella donna, bellissima di fatto, che pensa basti essere bella per farsi posto nella società. Parlando di trasformazione del territorio o dei manufatti, di interventi di rigenerazione di spazi e/o contesti urbani, una cultura che non si cura e crolla sotto i rifiuti, anche a Roma, capitale mondiale dell’arte del passato, ma non del presente, è condannata a una decadenza irreversibile. Almeno che, arrivando al fondo, si svegli e capisca che le orde di visitatori stranieri non garantiscono il rinnovamento culturale, al contrario, l’impediscono. Detto questo, i segnali deboli del futuro non sono più nei mattoni e nel marmo, sono sulla rete. Questa rivista SMS MAG è un magnifico stimolo di riflessione sulla cultura in generale, però, per carità, non scoraggiamo gli intervistati a puntare anche sulla cultura della rete.

LUNEDI’ CRITICO: Giuseppe Stampone

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