LUNEDÌ CRITICO: Cristiana Cutrona

Redazione SMS MAG

15 Luglio 2019

Su SMS MAG torna l’appuntamento con la rubrica Lunedì critico, che indaga il rapporto tra innovazione, cultura e società, dialogando con addetti ai lavori.  

A cura di Lorenza Fruci

Per Lunedì critico, la rubrica di SMS MAG che indaga la relazione tra innovazione, cultura e società, la parola va a Cristiana Cutrona. Architetta e designer, è titolare della società di progettazione REVALUE con la quale si specializza nell’introduzione dello smart working negli ambienti lavorativi di importanti aziende italiane ed estere, coniugando l’eccellenza del servizio alla missione dell’architettura.

Qual è la sua idea di innovazione nella cultura in base alla sua professione ed esperienza?

Io mi occupo di ambienti di lavoro e, partendo dalla mia esperienza (professionale che poi è talmente totalizzante che diventa di vita), da qualche anno a questa parte ho a cuore l’uomo. L’uomo, soprattutto nell’ambito degli ambienti di lavoro e rispetto ai diritti dell’individuo, deve avere il diritto di essere felice quando lavora. Quindi avere uno scopo, cioè il senso. L’innovazione culturale è quella che, spero, ci porterà (con molta fatica) ad un nuovo senso del lavoro che recuperi questa dignità per tutti, cioè condivisa. E’ il superamento del modello deterministico, positivista, ottocentesco, cioè del lavoro come erogazione di una prestazione, che è altro da quello che è il senso del lavoratore, che al limite può essere in inglese purpose, lo scopo dell’azienda, che però non è quello del lavoratore che sfinisce l’essere umano. Quindi recuperare la dignità dell’essere umano: questo per me dovrebbe essere lo scopo della cultura, del fare innovazione nella cultura.

Tre parole chiave per definire innovazione nella cultura.  

Le riporto a quello che ho appena finito di dire. La vera innovazione deve essere, per poter essere condivisa da tutti, semplice, accessibile e (l’ultima parola, che è bruttissima, ma nella sua accezione etimologica) popolare, quindi per tutti.

Una best practice prodotta da un processo d’innovazione e l’elemento innovativo che l’ha caratterizzata.

Citerei l’esperienza dell’installazione A Joyful Sense at WorkIl senso felice del lavoro al Salone del Mobile del 2016, promossa da Salone, Federlegno e le associazioni del mondo dell’ufficio Assufficio, dove è stata presentata l’anteprima dell’installazione Workplace3.0 del Salone del Mobile 2017. E’ stata innovativa nella misura in cui, appunto, si è voluta fare una cosa diversa, semplice e accessibile, e cioè portare all’interno di una fiera mercato un’installazione artistica immersiva, molto coinvolgente ma soprattutto molto stimolante dal punto di vista del pensiero, con lo scopo preciso di stimolare una riflessione critica sull’essere umano al lavoro. Innovativa quindi per questo, perché ha voluto avvicinare l’arte e la cultura ad un quotidiano del lavorare all’interno di un evento come una fiera. Portata fino a lì con grande fatica, l’elemento innovativo che ha caratterizzato l’innovazione è stato anche la creazione di quasi sbigottimento e no sense nell’attraversare i padiglioni della fiera e trovarsi immersi in un’installazione artistica che all’inizio ha incuriosito e nei giorni successivi ha instillato seme critico. Questo è lo scopo dell’innovazione secondo me: indurre pensiero per cambiare.

Quali semi di innovazione ha il mondo dell’arte italiana che ancora non è riuscita a mettere a frutto?

Ne direi due: una che segue il filone della mia riflessione che è venuta fuori da queste domande. E cioè riportare l’arte alla gente comune e, andando un po’ contro corrente (grande innovazione in questo senso che ci manca tanto in Italia e non solo) di non considerare l’arte qualcosa di elitario, di altro da noi. L’arte è noi, non è altro. Noi, specialmente noi italiani, siamo intrisi di arte e di cultura e quindi l’impoverimento che purtroppo vedo intorno a noi, secondo me, ha come sua causa anche questo allontanamento dal nostro patrimonio genetico. Quando abbiamo smesso di essere anche arte, e cioè di produrre pensiero attraverso l’arte, ci siamo impoveriti. Nel mio specifico settore questo si nota, l’Italia, che nell’architettura e nel design nell’immediato dopoguerra e nei primi anni ’60, ha insegnato al mondo, oggi lo fa con molta fatica, non siamo più capaci. Ma da dove ripartire per portate l’arte alla gente comune? Sicuramente dalle nuove generazioni, cioè dalla scuola. Secondo me si usa un metodo di insegnamento che non è più al passo con i tempi, siamo nell’era dell’accelerazione, della tecnologia che ci pervade ma ancora ai nostri bambini si insegna con delle metodologie che non li coinvolgono più. Quando invece si riesce a catturare la loro attenzione, si riesce ad invogliarli si scoprono pieni di curiosità, disponibili, permeabili. Io partirei da questo processo, riportare l’arte alla gente partendo dalle nuove generazioni. Fare cultura è questo.

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