LUNEDI’ CRITICO: Michele Trimarchi

Redazione SMS MAG

4 Marzo 2019

Su SMS MAG parte il dibattito sul rapporto tra innovazione, cultura e società con la rubrica Lunedì critico

A cura di Lorenza Fruci

Inizia Lunedì critico, una nuova rubrica che indaga il rapporto tra innovazione, cultura e società, dialogando con addetti ai lavori del mondo dell’arte e della cultura. Ogni lunedì su SMS MAG l’intervento di una o un docente, intellettuale, manager culturale, curatrice/ore, artista, giornalista sull’innovazione di pratiche e processi nelle istituzioni pubbliche e private, di interventi di trasformazione del rapporto fra pubblico e prodotti culturali, di trasformazione del territorio o di manufatti, di interventi di rigenerazione di spazi e/o contesti urbani, con l’obiettivo di creare un dibattito sul tema.

Oggi la parola a Michele Trimarchi, PhD, docente di Economia Pubblica (Università di Catanzaro Magna Graecia) e Cultural Economics (Università di Bologna Alma Mater), e presidente di Tools for Culture, nonprofit attiva nel campo della progettazione strategica per la cultura.

Qual è la sua idea di innovazione nella cultura?

Siamo cresciuti in un mondo che credevamo definitivo, anche la cultura ha voluto convincerci di essere scolpita nel bronzo. La questione è semantica: l’emergere di nuovi orizzonti della conoscenza e della società richiede un incisivo riesame dei format cui restiamo appesi, spesso senza motivo. Esperienze teatrali, percorsi museali, innervamento dell’arte negli spazi urbani, tutto questo va sperimentato senza indulgere nella comodità dei modelli. A che serve l’arte oggi? Non è certo la fedina penale nobile di una borghesia sempre più affaticata. Al contrario l’arte (e la cultura che ne è l’estrazione di valore) risponde all’urgenza di rappresentazione del sé da parte di una società magmatica, tormentata e versatile. È tempo di costruire un nuovo dialogo tra cultura e società, evitando il paternalismo da maestrini che impone dei ‘messaggi’ quasi etici, senza scadere nella facile trappola degli effetti speciali sul versante opposto.

Tre parole chiave per definire l’innovazione nella cultura.

La prima è complessa, come di fatto la cultura è sempre stata; la seconda è fertile, con tutto il carico di fatica e di imprevedibilità che ogni azione fertile implica; la terza è inutile, nel senso più nobile del termine: come l’amore, la passione e il gioco non serve a nulla di pratico, pertanto è indispensabile.

Una best practice prodotta da un processo d’innovazione in una istituzione, centro culturale, museo, teatro… e l’elemento innovativo che l’ha caratterizzata.

Domanda difficilissima. Alcune esperienze non convenzionali ci mostrano quanto meno una via, ma attenti a non renderle uno schema da copiare e incollare. Farm Cultural Park a Favara, CAOS a Terni, Officine Culturali a Catania, Inteatro Festival di Polverigi, Santarcangelo dei Teatri. Ciascuna diversa e inconfrontabile, ma tutte accomunate dalla sfida del provarci senza guardare troppo indietro, e adottando un approccio creativo, leggero, non pregiudiziale.

Quali semi di innovazione ha il mondo dell’arte italiana che ancora non è riuscita a mettere a frutto?

Mentre la produzione culturale mainstream si sta atrofizzando anche per il compiacimento di garantirsi la sopravvivenza in una gabbia legislativa costrittiva e bizantina, nelle maglie meno visibili emergono fermenti che ancora non formano la massa critica che servirebbe, eppure incoraggiano a superare il provincialismo competitivo che tuttora segna il sistema culturale italiano. Leggere lo spirito del tempo oggi può essere rischioso, ne traccia una strada ricca di visioni. Conoscere il passato ma non tentare goffamente di riprodurlo all’infinito, questa è la sfida principale.

 

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