Mostra Hospitalia o sul significato della cura

Redazione SMS MAG

22 Maggio 2019

L’imponenza della fragilità: Hospitalia è il percorso di una delicata ambivalenza simbolica che coglie nei dettagli la forza della memoria e risalta complessivamente nello sguardo l’essenza creativa dell’indagine fotografica.

Hospitalia o sul Significato della Cura è la mostra fotografica di Elena Franco, a cura di Tiziana Bonomo, esposta al Santa Maria della Scala fino al 7 Luglio 2019. Il progetto raccoglie i frutti di un percorso di immagini che si articola attraverso la scoperta di alcuni fra i più rappresentativi antichi ospedali italiani ed europei. Dalla Francia, al Belgio per poi concentrarsi sul territorio nazionale, l’artista spazia in una narrazione concettuale, prima ancora che estetica, che la porta a delineare temi preziosi per una riflessione sui concetti dell’accoglienza collegiale, un tempo colonna portante della struttura ospedaliera, e sulla potenza della trasformazione, intesa come valore e opportunità di cambiamento rigenerante. Nasce da questo motore immobile, e dal decisivo incontro con la curatrice Tiziana Bonomo, il libro Hospitalia o sul Significato della Cura, edito da Artema. Questo ne accompagna l’esposizione e ne scandisce l’analisi globale, anche sotto l’autorevole voce di Domenico Quirico, che ne cura la prefazione.

Il Percorso espositivo: il valore di un confronto aperto.

Ci troviamo nella prima delle due sale sale che ospitano il progetto dell’artista, dove si è subito accolti dall’incredibile sensazione di trovarsi immersi in un sentiero di immagini.

Dalle porzioni di paesaggio ritagliate dalle finestre spiccano lapilli di rosso acceso a illuminare il contorno nero che le avvolge, di fronte ad esse le fotografie di vedute di egemonica pietra che si scontrano fra loro.

Il gotico ricco del sagrato di Notre Dame di Parigi, che fa campo al Hotel de Dieu, e la purezza bianca dei particolari del portico dell’ospedale di Vercelli, restituiscono immediatamente il sentimento di lettura a contrasto.

Queste immagini sono le prime parole di un racconto scritto con una accurata selezione di oltre cinquecento immagini, metafore che illustrano profondi spunti d’indagine e riflessione.

Sì, perché Hospitalia ci parla attraverso lo sguardo intimo – e così umano – di un’artista consapevole, non solo dell’importanza del rispetto intellettuale e materiale dei luoghi che ha visitato e registrato, ma della rilevanza simbolica di cui si fanno portatori mediante i loro dettagli più celati.

Come emerge anche dagli splendidi particolari fotografici dell’archivio della Ca’ Granda di Milano, ci parla dell’essenza che è alla base del costruire strutture devote alla cura dell’uomo: la fragilità intesa come pulsione alla vita, come lezione di pazienza e speranza sulla morte.

Infatti, lasciata questa prima sala, piccolo scrigno che apre all’esposizione, ci si trova nella sala grande. Qui, fra le fotografie messe a confronto in un dialogo aperto, spicca quella che per eccellenza si fa portavoce dei valori di accoglienza, mutamento, sensibilità: il Pellegrinaio del Santa Maria della Scala.

Il sito si offre all’occhio del visitatore in una narrazione che coinvolge tutti gli elementi propri del luogo. Lo fa ritagliando un’ampia porzione dello spazio che libera lo sguardo nell’imponenza dei soffitti affrescati e che ne restituisce la misura, almeno in parte, grazie alla presenza di un evocativo controluce umano posto al limite ultimo dell’inquadratura.

Si delineano le righe di un racconto che mostra più livelli di significato, partendo da quello storico che viene richiamato dal luogo stesso. Ospedale dalla sua fondazione fino ai primi anni novanta, il Santa Maria della Scala era per sua natura deputato all’accoglienza e alla salvaguardia del malato o del pellegrino.

Lo specchio in cui il visitatore si riflette è dunque quello dei tempi nei quali al centro della vita cittadina veniva posta tanto la cura quanto l’interesse per il prossimo. La morte e la malattia – fragilità umane per eccellenza – convivono con l’attiva volontà di guarigione.

Il superamento delle caducità diviene esempio per la comunità eliminando le distanze, tipiche invece dei nostri giorni, fra quel circuito d’accoglienza e la quotidianità degli abitanti.

Questo è uno dei punti d’approdo che ci suggerisce l’autrice, ovvero un ingranaggio che genera forza sensibile proprio attraverso l’inclusione della fragilità umana nel bagaglio empirico delle nostre capacità, come individui immersi attivamente nella comunità.

Infine, è doverosa un’analisi sulle possibilità strutturali e architettoniche che ogni immagine lascia sorprendentemente aperte.

Dal manto di polvere che ricopre la Manica delle Donne, dell’ex ospedale Sant’Andrea di Vercelli, alla meticolosa organizzazione nella sala estiva dell’archivio della Ca’ Granda di Milano, ogni sito è restituito all’occhio del fruitore con un’estrema onestà, che ne sottolinea la profonda indagine sulla memoria che questi siti conservano e tramandano ma anche, e soprattutto, la lettura che resta aperta nei mutamenti temporali.

Una lettura che solo un messaggio artistico come quello che emerge dal racconto di Hospitalia è in grado di portare, nutrendo la maestosità estetica attraverso la potenza della fragilità.

 

 

Iscriviti a SMS MAG LETTER