Intervista con Tiziana Bonomo

Redazione SMS MAG

20 Agosto 2019

Intervista con la curatrice Tiziana Bonomo su Hospitalia, il progetto fotografico di Elena Franco che indaga la vita nella storia degli antichi ospedali  

SMS MAG ha incontrato Tiziana Bonomo, curatrice della mostra fotografica Hospitalia o sul significato della cura di Elena Franco al Santa Maria della Scala fino al 1° Settembre 2019. Si tratta di un progetto fotografico che indaga le vite degli antichi ospedali europei che è sfociato anche nell’omonimo libro artistico (edito Artema) con la prefazione del giornalista Domenico Quirico.

Quando vi siete incontrate lei ed Elena Franco, a che punto del progetto?

Ci siamo incontrate circa tre anni fa, quando lei esponeva alla Ca’ Granda di Milano (aveva iniziato con una curatrice di Milano). Quando ho visto il suo lavoro, me ne sono subito innamorata. Ma c’è una ragione che parte proprio dal mio senso della fotografia e dalla ragione per cui io porto avanti progetti legati alla fotografia: per me la fotografia è un linguaggio artistico che dovrebbe aiutare a pensare, ragionare, per me bisognerebbe imparare a leggerla, esattamente come si legge un libro. Quindi, quando ho visto il lavoro di Elena, al di là del discorso estetico dell’immagine, mi ha colpito il contenuto, e ho pensato subito che potesse essere un progetto ricco di spunti per far riflettere oggi su una serie di tematiche che gradualmente sono venute fuori. La prima cosa che le ho chiesto è stata di poter vedere tutto il suo lavoro e quindi, lentamente e insieme, abbiamo tirato fuori una serie di immagini dove c’era non solo la sua visione di architetto, ma anche quella di una fotografa, un’artista.

Volendo definire il lavoro fatto da Elena Franco con Hospitalia come potremmo definirlo?

Hospitalia non è un lavoro di documentazione, perché sarebbe stato impostato in maniera diversa, è un lavoro fotografico di indagine, e a me piace molto questo aspetto della fotografia: la fotografia che indaga, che va in profondità, che cerca attraverso una propria forma, un linguaggio che consente più facilmente di avvicinarsi ad un tema che altrimenti sarebbe difficilissimo da affrontare semplicemente con le parole. Un’immagine come quella del Santa Maria della Scala, ad esempio, se uno ci si sofferma, la legge, guarda le luci, guarda l’aspetto architettonico, ma anche la persona che vi è inserita dentro e si chiede perché è lì, che cosa racconta quell’atmosfera, arricchisce. È uno spunto per poter riflettere su sé stessi, sulla malattia, sulla morte, si parla di morte per parlare di vita (forse alcune volte bisogna passare attraverso il concetto della morte per restituire un senso di dignità alla nostra vita.). Questo aspetto mi è piaciuto molto, e io l’ho anche un po’ spinta.

Santa Maria della Scala Siena

Anche perché il lavoro della curatrice è legato alla cura dell’artista…

Una curatrice deve prendersi cura dell’autrice perché i curatori non esisterebbero se non ci fossero gli artisti. Deve spingere, stuzzicare, provocare anche, facendo vedere immagini che magari poi non si scelgono, che però pongono domande e interrogativi tipo “Ma perché hai fatto questo? Cerca di pensare al perché…”, perché spesso uno non razionalizza il percorso che ha fatto, ed è quello che ha colpito a me del lavoro di Elena Franco. E’ sempre interessante quando c’è qualcuno di esterno che guarda il proprio lavoro perché nota cose che, magari, non si è portati a vedere, o non si vuole vedere (credo che sia così per un artista).

Le foto di Hospitalia sono frutto di un percorso?  

Lei ha iniziato mostrando le architetture monumentali, bellissime, poi è entrata dentro. Questo suo percorso è venuto fuori lentamente, man mano che andava nei luoghi vi veniva un pò rapita e il suo sguardo durante il percorso è cambiato.

Mostra Hospitalia o sul significato della cura

E cosa ha scoperto entrando nei vecchi ospedali?

Il tema della spiritualità. Per esempio, l’antico ospedale di Vercelli, quando lei l’ha fotografato, era ancora tutto dismesso e abbandonato, ma caso strano (io credo sia inconscio da parte sua) il suo sguardo lungo, lontano, porta ad una croce, alla luce che si forma in fondo alla Manica delle Donne. Questa croce noi la registriamo più volte e ha un significato per i credenti e per i non credenti. È un simbolo che rafforza un elemento che comunque ha accompagnato per tanto tempo i malati, e che li accompagna ancora oggi. Quindi ritrovare questa spiritualità nascosta nelle pieghe dei muri, nelle architetture, e alcune volte anche nelle pieghe degli alberi, ci ha portato a dire forse noi siamo fragili in mezzo ad una architettura possente.

Tiziana Bonomo

O anche imponente, a contrasto…

È forse questa architettura che regge questa fragilità, che si fa tesoro della nostra fragilità, che quindi diventa interessante come concetto di memoria che ci fa ritornare, così, ad un lavoro di indagine fotografica. Per esempio, la Ca’ Granda ha aperto la sua quadreria di novecento venti quadri che sono stati fotografati e sono nel libro perché sono una parte importante che parla dei benefattori e il ruolo che questi hanno avuto.

Santa Maria della Scala

Ha introdotto un altro tema interessante: la memoria, l’archivio e il valore di questo all’interno del lavoro di Elena Franco…

È stato fondamentale perché l’archivio le ha consentito di esprimersi come artista. Gli archivi hanno una parte molto mistica, sono ambienti che nascondono i tesori di cui noi vorremmo sapere, conoscere, ma ci vuole del tempo per conoscere. Quindi c’è questo mistero che avvolge gli archivi e che lei magnificamente, secondo me, ha registrato in immagini.

Intervista con Domenico Quirico

Nel suo testo all’interno del libro Hospitalia mi ha colpito il coraggio nell’usare la parola semplicità per definire questo lavoro…

Sì, perché si cerca sempre di più nella fotografia di creare lo shock, di creare i fenomeni dell’arte. Credo che per un autore guardare ciò che diventa l’oggetto della propria immagine, liberandosi dai condizionamenti del mondo e dei mercanti dell’arte, sia un percorso oggi sempre più difficile. Sono condizionamenti che alcune volte purtroppo limitano l’artista a fare delle scelte influenzate. Allora per me la parola semplicità racconta il fatto che Elena Franco (e lo dice anche lei) ha fatto un lavoro autoriale, in cui molti non si sarebbero neanche buttati, con una grande purezza, cioè con uno sguardo puro, senza chiedersi se il mercato l’avrebbe approvato. Ora stiamo vedendo che il mercato lo apprezza. Chiudo dicendo un’ultima cosa, e cioè che sarebbe bellissimo come riconoscimento ad Elena se tutti i luoghi che lei ha fotografato accogliessero nella propria collezione una sua immagine. Sarebbe proprio meraviglioso come riconoscimento dello sforzo fatto in tutto questo tempo.

 

TIZIANA BONOMO

Dal 2015 con ArtPhotò propone, organizza e cura eventi legati al mondo della fotografia intesa come linguaggio di comunicazione, espressione d’arte e occasione di dialogo e incontro. Da giugno 2018 è rappresentante, insieme a Pierangelo Cavanna, del gruppo “operatori culturali, curatori e artisti fotografi” del tavolo della fotografia della Regione Piemonte. La passione verso la fotografia si unisce ad una ventennale esperienza, prima nel marketing L’Oreal e poi in Lavazza come responsabile della comunicazione, di grandi progetti internazionali: dalla nascita della campagna pubblicitaria Paradiso di Lavazza nel 1995 alla progettazione, gestione e divulgazione delle edizioni dei calendari in bianco e nero con i più autorevoli fotografi della scena mondiale fra cui Helmut Newton, Ferdinando Scianna, Albert Watson, Ellen von Hunwerth, Marino Parisotto, Elliott Erwitt e i più famosi fotografi dell’agenzia Magnum.

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