Intervista con Simona Sajeva e Stefano Landi

Redazione SMS MAG

7 Ottobre 2019

Intervista con l’ingegnere Simona Sajeva e il restauratore Stefano Landi sul libro Pitture Murali. I degradi di origine meccanica presentato al Santa Maria della Scala

SMS MAG, a margine della presentazione del libro Pitture Murali. I degradi di origine meccanica di Simona Sajeva, che si è svolta il 26 settembre 2019 al Santa Maria della Scala, ha incontrato l’autrice e Stefano Landi, il restauratore che è intervenuto durante l’evento.

Presentazione libro Pitture Murali di Simona Sajeva

Simona Sajeva, nel suo libro si parla di un “nuovo approccio” al lavoro di restauro, un approccio interdisciplinare che coinvolge ingegneri, restauratori, architetti, storici dell’arte. In Italia, però, la pratica di restauro è legata in modo tradizionale ad una concezione più critico-estetica. Pensa quindi che la sua proposta possa essere attuata o sa se vi sono casi in cui è già così?

In Italia sicuramente vi sono state delle esperienze di questo tipo di lavoro. Più che un nuovo approccio, io lo definirei un’evoluzione naturale di situazioni attuali e latenti da tempo; è il frutto del bisogno di differenti professionalità di venirsi incontro e di aiutarsi nei cantieri di restauro. Il caso specifico trattato nel mio libro, partendo dai problemi di origine meccanica che possono degradare una pittura murale, è quello di ingegneri e restauratori che hanno bisogno di interloquire in maniera diretta con chi sa quale può essere stata la causa specifica di un deterioramento per poter intervenire di conseguenza. Quindi, più che un nuovo metodo di lavoro, il mio è uno strumento per poter formulare domande precise sui problemi di restauro e trovare risposte altrettanto precise. Per quanto riguarda la concezione del restauro in Italia, ci sono delle realtà dove per fortuna non è così. É un retaggio, ma ci stiamo evolvendo: i sintomi sono evidenti.

Qual è la situazione della categoria dei restauratori in Italia?

Stefano Landi Oggi, oltre alle due scuole istituzionali per la formazione di restauratori, l’Istituto Centrale per il Restauro (ICR) a Roma e l’Opificio delle Pietre Dure a Firenze, ci sono tutta una serie di corsi e di scuole private che hanno reso più complicato ordinare la categoria. Bisogna poi prendere in considerazione tutti i restauratori formatisi nelle botteghe o direttamente nei cantieri, persone che non hanno mai frequentato scuole o corsi, ma che a tutti gli effetti sono considerati restauratori. In Italia vi è quindi una costellazione di formazioni differenti. Con gli ultimi bandi emanati dallo Stato, fortunatamente, si è fatto un minimo di ordine e sono state regolarizzate tutte quelle situazioni ambigue e particolari, sono state riconosciute le esperienze sul campo, le ore accumulate all’interno di laboratori o quelle di insegnamento. Ecco, quello che mancava a noi restauratori, probabilmente, era proprio un riconoscimento, ma finalmente siamo stati riconosciuti come professionisti.

Simona Sajeva Io penso che il criterio utilizzato, ovvero quello di considerare tutti allo stesso modo (sia chi ha studiato e si è laureato, sia chi ha avuto solo esperienze dirette sul campo), abbia scontentato e accontentato allo stesso tempo. Per esempio coloro che hanno avuto un’esperienza di soli due anni sono stati considerati al pari di coloro che hanno una laurea magistrale, e inoltre oggi senza i cinque anni di studio, più un concorso statale, non si può diventare restauratori.

Simona Sajeva, lei ha lavorato molto anche in Francia. Lì com’è la situazione?

In Francia si diventa restauratori se si fa un percorso di studi quinquennale, con specializzazioni diverse, riconosciuto dallo Stato (un po’ come oggi qui in Italia). Oppure, dal 2012, vi è la possibilità di convalidare le esperienze acquisite, avendo almeno un anno di lavoro dimostrabile al fianco di restauratori professionisti. Si può avviare questa pratica presentando un dossier dove vengono inserite tutte le esperienze fatte e approvate, che viene valutato da una commissione. Successivamente bisogna sostenere un esame e richiedere una vera e propria tesi di laurea. A capo di tutto c’è l’Institut National du Patrimoine che gestisce, tramite i suoi enti specifici, tutto l’ambito della conservazione e del recupero del patrimonio storico-artistico francese. Proprio uno degli organi dell’Institut National du Patrimoine, la Fédération française des conservateurs-restaurateurs, ci informa che un numero crescente di restauratori italiani contatta l’ente francese per conoscere il mercato e le condizioni di lavoro nel loro paese, pensando evidentemente di avere maggiori riconoscimenti e opportunità all’estero che in Italia.

Anche il Santa Maria della Scala è stato restaurato. Cosa ne pensate dei restauri che sono stati fatti qui?  

Stefano Landi Sono molto interessanti. Parlando in generale, nel momento in cui questi interventi sono stati fatti, Siena era all’apice della sua fioritura, dopo che per interi decenni non era stato attuato alcun tipo di recupero. Fu proprio in questo periodo di grande fortuna per la città che si è pensato di trasformare il Santa Maria della Scala da struttura ospedaliera a museo, chiudendo tutti i reparti. Una grande rivoluzione per la città e per i suoi abitanti, un gesto di “apertura al nuovo”, apertura che a Siena, come sappiamo, è sempre vista un po’ come nemica. Ci sono tuttavia ancora delle parti che dovrebbero essere recuperate, come il “giardino dei semplici”, luogo in cui venivano coltivate quelle piante che nel Medioevo venivano utilizzate come medicinali. Esiste, infatti, ancora una sorta di blocco da parte delle istituzioni, invece secondo me ciò che serve per andare avanti è una spinta, al di là del fatto che ci possa essere crisi o meno. Ecco, penso che Siena dovrebbe far questo, qui per il Santa Maria della Scala in particolare.

Simona Sajeva Penso che questo valga un po’ per tutto, anche per il discorso iniziale sul mio libro. Non si può aspettare che il lavoro interdisciplinare di cui parlo venga inserito dallo Stato come protocollo ufficiale, bisogna iniziare già ad allenarsi, far sì che cominci ad entrare nel modo di lavorare ordinario, abituarsi a collaborare sin da subito. E si può cominciare solo dalla propria individualità, ossia da quella curiosità e da quella volontà che spinge ciascuno di noi ad andare verso l’altro.

 

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