Reporter per un giorno #1

Redazione SMS MAG

17 Aprile 2019

Il Santa Maria della Scala raccontato dagli studenti del Master in Comunicazione d’impresa dell’Università di Siena

Qualche settimana fa vi avevamo parlato di una collaborazione tra il Santa Maria della Scala e il Master universitario di primo livello in Comunicazione d’impresa. Linguaggi, strumenti, tecnologie dell’Università di Siena.

Collaborazione tra il Santa Maria della Scala e l’Università di Siena

Nell’ambito delle attività, lo scorso 8 Febbraio 2019 gli studenti del Master hanno visitato il Complesso Museale senese con lo scopo di realizzare lo storytelling delle mostre e raccontare la storia del museo.

Da oggi (e per i prossimi 4 mercoledì) su SMS MAG pubblicheremo i loro lavori che raccontano con uno sguardo innovativo e creativo il Santa Maria della Scala.

Iniziamo con la mostra Graffi Profondi dell’Anima. Il Graffito di NOF4 e l’ospedale psichiatrico di Volterra, promossa dall’Associazione Onlus di Volterra Inclusione Graffio e Parola, che è stata ospitata dal Santa Maria della Scala dal 19 Dicembre 2018 al 10 Febbraio 2019.

Proroga della mostra Graffi Profondi dell’Anima


IDENTITA’ VIOLATE

Vite umane, resti di storia, riflessi di vite perdute

A cura di Arina Gavrilina, Chiara Moretta, Dyala Abuzarour, Eugenia Pepe, Luigi Stincone, Stefania Ruggiero

Le forti immagini proposte raccontano un viaggio tra alcuni oggetti, nonché pezzi di vita quotidiana di persone ospitate – o, per meglio dire, imprigionate – all’interno dell’antico manicomio di Volterra. Si tratta di un’importante documentazione di vite umane, ormai resti di anime intrappolate in quegli stessi oggetti, intenti a fuggire dai loro corpi dimenticati, fino a separarsene completamente.

Parlare di persone non sarebbe propriamente corretto, vista la violazione delle identità di questi soggetti, che hanno assunto nel tempo quasi una spersonalizzazione.

In un ambiente così degradato, non vi era alcun rispetto della persona in quanto tale, privata della sua dignità e ridotta a puro oggetto da spostare da un luogo all’altro, da immobilizzare all’occorrenza, sopprimendone ogni necessità di richiesta d’aiuto.

Infatti, al reale problema psichico, si andava ad aggiungere un ambiente negativo e deprimente, in grado solo di peggiorare la loro condizione e creare anche un immenso danno emotivo – tramite una assurda medicalizzazione del sentimento – una spaccatura dell’anima, dove gli affetti diventavano inesistenti e le richieste di aiuto invisibili. Gli scatti propongono accostamenti di oggetti ad esseri umani, vissuti in quegli ambienti ed in quelle condizioni, dimenticati e desiderosi di fuggire per cercare quella irraggiungibile libertà.

Caratteristica è l’immagine di una serie di flaconcini con cure farmacologiche, regolarmente somministrate per mettere a tacere sofferenze di quegli esseri umani, accompagnata dall’apparizione di un’anima, quasi sdoppiata dal suo corpo in cerca di aiuto. Altrettanto straziante è l’immagine raffigurante l’apparecchio con cui veniva praticato l’elettroshock ai pazienti, ritenuto strumento di cura infallibile per mali psichici, come ad esempio l’isteria. Ci sono mani che tendono a delle inarrivabili chiavi, appese su una parete, emblema della prigione ormai diventata la loro casa.

Altre mani appaiono impresse su un telo sbiadito, unico strumento a garanzia della propria intimità – o meglio, di ciò che ne restava – quasi a voler denunciare un abbandono non solo fisico ma anche e, soprattutto, psicologico ed affettivo. Dunque, per mezzo di tali immagini si delinea un percorso – introspettivo e toccante – in cui emerge un’unica vera protagonista: la follia umana.

Follia che rapisce corpi prendendone il sopravvento e che, come se ciò non bastasse, diviene marchio a vita per quelle anime, abbandonate ad un solo e triste destino, quello dell’umiliazione e l’indifferenza.

Infatti, in questo percorso risuona a voce alta una grande frase che può invitare a pensare: “L’uomo, comunque, è folle per sua stessa natura.”

 

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