ZOOM: Francesco Guardi nella Fototeca Giuliano Briganti

Redazione SMS MAG

17 Luglio 2019

Prosegue con la rubrica ZOOM la scoperta del Fondo Briganti dove diverse fotografie di un armadio dipinto di Francesco Guardi svelano una ricerca storiografica artistica

Approfondimento di Lucia Simona Pacchierotti

La Fototeca Giuliano Briganti, parte inscindibile della Biblioteca un tempo appartenuta a questo grande storico dell’arte del Novecento, costituisce un patrimonio fotografico di notevole valore documentario. Attualmente è custodita in locali appositamente adibiti all’interno del Santa Maria della Scala. Le fotografie sono state tutte inventariate e posizionate in scatole e cartoncini idonei alla conservazione, seguendo l’ordine alfabetico per autore che lo stesso professore aveva assegnato alle immagini. Una parte è già consultabile on line. La fototeca fornisce stimoli di approfondimento che possono variare dalla storia della pittura italiana ed europea, soprattutto dei secoli XV/ XVIII, alla storia della fotografia, avendo al suo interno stampe analogiche risalenti anche alla metà dell’Ottocento, praticamente agli albori della tecnica fotografica se consideriamo che il procedimento viene perfezionato nel 1839 da Louis Daguerre e presentato pubblicamente lo stesso anno da François Arago.

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Per Giuliano Briganti la fotografia era strumento indispensabile al lavoro di ‘scienziato’, di insegnante, di giornalista e di conoscitore. Le immagini, principalmente in b/n e di buona qualità, che lui raccoglie durante tutta la carriera – stroncata con il decesso improvviso nel dicembre del 1992 -, sono la testimonianza diretta del suo percorso di crescita, esternato poi nelle numerose pubblicazioni che lo hanno reso famoso; del resto le fototeche degli storici dell’arte, per loro natura, sono «archivi di persona fortementi ritagliati sulle figure degli studiosi che li hanno costituiti e ordinati, nati in relazione a specifici percorsi di studio e spesso utilizzati a supporto della pratica attribuzionistica»[1].

Inoltre «la pratica di lavorare assiduamente anche sulle fotografie, con una tendenza al loro accumulo e alla loro catalogazione ragionata, è un atteggiamento tipico del XX secolo. […] che accomuna un’intera generazione di studiosi per i quali la riproduzione fotografica rappresentava oltre ad una fase fondamentale del processo di attribuzione, anche una fonte preziosa sul quale affinare il metodo attributivo»[2]. Non solo, spesso in questi archivi si ha la fortuna di imbattersi in documenti scritti che, per coloro che si occupano di storiografia artistica, non mancano mai di produrre una certa emozione, un fremito interno per il quale si sente un leggero pizzicore di eccitamento tra le scapole; mi riferisco a lettere, expertise, note personali, certe volte dattiloscritte e altre vergate in bella grafia da qualche illustre studioso.

In questo breve scritto, vorrei presentarne una piccola parte, a mio parere, molto interessante. Sotto l’autore Francesco Guardi sono raccolte 135 fotografie – il che denota un particolare interesse per questo pittore – tra le quali troviamo degli scritti autografi di Rodolfo Pallucchini, Antonio Morassi e Egidio Martini. In particolare 14 fotografie a colori sono dedicate ad un oggetto di arredamento. Un armadio laccato angolare, decorato con fiori e animali in stile veneziano.

Le immagini sono accompagnate da una valutazione firmata da Rodolfo Pallucchini e datata 6 ottobre 1972. Attualmente si possono assegnare all’atelier di Francesco Guardi un certo numero di dipinti a soggetto floreale, assegnazione arrivata dopo una lunga diatriba sull’attività di ‘fiorista’ condotta nella bottega dei fratelli Guardi (Gianantonio, Francesco, Niccolò). Allo scadere degli anni quaranta del Novecento, il primo ad intuire che loro si impegnassero anche in lavori di decorazione floreale fu Giuseppe Fiocco, seguito da una nutrita schiera di studiosi che si dedicò alla ricerca e individuazione di opere da ricondurre alle mani dei Guardi, soprattutto al pennello di Francesco.

Il dibattito suscitò un tale interesse per cui nello spazio di un trentennio, la produzione floreale dei Guardi divenne «riserva di caccia di quanti, storici, mercanti e collezionisti, ambivano rispettivamente ad attribuire, vendere o possedere una tela di Francesco Guardi»[3], tuttavia molte erano le discordanze stilistiche, e soprattutto la mancanza di fonti documentarie certe. Già in fieri il dibattito si divise tra sostenitori della teoria che vedeva il Guardi operare come fiorante e coloro che se ne discostavano scettici, fino ad arrivare alle doti attribuzionistiche di Federico Zeri che ridimensionò tutta la produzione di fiorista assegnata all’artista, a Luigi Salerno che coniò il nome di ‘Pseudo Guardi” mentre Egidio Martini quello di ‘Maestro dei fiori guardeschi’ per una gran parte di lavori forzatamente dati alla sua mano. La lettera di accompagnamento alle immagini della fototeca Briganti, firmata da Pallucchini, espone, in poche righe, tutta la complessità degli studi condotti su Guardi dalla critica specialistica nei quattro decenni centrali del Novecento.

Saranno gli studi di Gianluca Bocchi, condotti negli anni Duemila, a riaprire alcune questioni e a chiarire come i dipinti a soggetto floreale siano di «estrema rarità» nel lavoro autografo del pittore «rispetto alla quantità di capricci e vedute che lo resero famoso. […]. Sono convinto che i primi quadri a fiori di Francesco Guardi, […], fossero parte di sperimentazioni in generi differenti e di più facile vendita, per affrancarsi da un passato fatto di stenti e da un presente ancora avaro di soddisfazioni materiali. […]. Oggi tutti sappiamo che tale viraggio professionale, culminò […] con l’esplosione di un talento unico e sublime in grado di trovare la propria vena espressiva in campo vedutistico»[4].

Tornando alle foto in esame, esse sono doppiamente particolari all’interno della fototeca: sono a colori e riprendono un oggetto di arte minore. Giuliano Briganti non si occupava di arti minori e soprattutto raramente lavorava su immagini a colori, in accordo con quanto più volte aveva ribadito anche Federico Zeri che il colore confonde la lettura dell’opera[5]. Con ogni probabilità esse sono parte del corpus dedicato a Francesco Guardi in virtù del fatto che il professor Briganti studiava in maiera approfondita e cavillosa ogni argomento che lo interessava. E’ noto che Francesco Guardi sia considerato tra i capostipiti del ramo veneziano della corrente vedutista settecentesca, insieme a Bernardo Bellotto e Canaletto, e il vedutismo in ogni sua angolatura è stato uno dei campi di indagine al quale Briganti si è dedicato per lungo tempo. Benchè le quattordici immagini prese in esame ritraggano un mobile di arredo domestico, è logico ipotizzare che siano state acquisite in virtù dei suoi studi sul periodo che vide l’evolversi della corrente vedutista in tutta Italia ed oltre? La cartella dedicata al pittore veneziano, infatti, raccoglie per lo più immagini di vedute e capricci, e solo altre due ritraggono soggetti floreali.

 

[1]F. Mambelli, Bene, documento, fonte. La fotografia negli archivi degli storici dell’arte, in “Intrecci d’arte Dossier” – n. 4/2018 (risorsa elettronica https://intreccidarte.unibo.it/article/view/8609/8368).

[2]F. Veratelli, G. Zavatta, «Stupido Guardi!». Soglie del falso nell’Archivio-Fototeca di Antonio Morassi, in “Venezia Arti, vol. 25, dicembre 2016, p. 118

[3]G. Bocchi, Francesco Guardi pittore di Fiori, in E. Mich “Francesco Guardi nella terra degli avi. Dipinti di figura e capricci Floreali”, Trento 2012, p. 91

[4]Ibidem, p. 131-133

[5]«Le fotografie debbono essere in bianco e nero: anche se può sembrare un paradosso, non riesco a leggere correttamente le fotografie a colore dove ogni dato è affogato in una sorta di minestrone; le riproduzioni a colori impediscono di isolare le forme, di analizzare lo stato di conservazione della superficie, che è la prima cosa che faccio con le fotografie in bienco e nero» – F. Zeri, Confesso che ho sbagliato, Milano 1995, p. 127

 

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