ZOOM: Dal Fondo Giuliano Briganti le indagini su Annibale Carracci

Redazione SMS MAG

12 Giugno 2019

Dopo il Museo d’Arte per Bambini e il Museo Archeologico Nazionale, la rubrica ZOOM vi accompagna alla scoperta del Fondo Briganti con le indagini di Giuliano Briganti sugli affreschi Gli Amori degli Dei di Annibale Carracci 

Approfondimento di Lucia Simona Pacchierotti

Al Santa Maria della Scala si trova il Fondo Giuliano Briganti, costituito da una biblioteca e una fototeca di notevoli dimensioni, un tempo di proprietà dello storico dell’arte Giuliano Briganti (Roma 1918 – 1992), uno dei maggiori esponenti in campo culturale del XX secolo, insegnante all’Ateneo cittadino ed alla Facoltà di magistero de La Sapienza di Roma (l’attuale Roma Tre), nonché redattore di importanti riviste come Paragone Arte e giornalista de La Repubblica.

Di questo patrimono librario e fotografico, interamente dedicato allo studio ed alla ricerca storico artistica, fa parte anche una serie cospicua di fotografie in b/n dedicate agli affreschi eseguiti nel decennio 1597-1607 da Annibale Carracci (e seguaci, tra cui il fratello Agostino, Domenichino e Lanfranco) per decorare la Galleria di Palazzo Farnese a Roma, sede dell’Ambasciata di Francia in Italia. Gli affreschi sono dedicati agli Amori degli Dei che riportano al centro della volta l’imponente raffigurazione del Trionfo di Bacco.

Lo studio accurato che Giuliano Briganti dedicò al ciclo pittorico alle metà degli anni ’80 fu supportato dal console Jacques Andreani che permise allo studioso di montare un ponteggio mobile per avvicinarsi agli affreschi, fino ad allora studiati solo da terra. In questo modo Briganti potè avere il privilegio di osservare le pitture dalla stessa distanza del pittore che le aveva eseguite. La sensazione che gli provocò l’intima visione la descriverà con termini, direi, poeticiUna felicità che è molto difficile esprimere. […]. E’ insomma una sorta di appagamento di un nostro interno, sedimentato sentimento formale: un appagamento che può anche chiamarsi empatia”[1].

Se inizialmente egli pensò di non avere nessuna novità scientifica da apportare: “è difficile avvicinarsi ad un argomento come quello della Galleria Farnese, col proposito di scriverne, senza provare un senso di disagio. Senza avvertire cioè il pericolo (e la noia) di ripetere cose già dette e di confondere così la propria voce in un coro col risultato, quasi certo, che nel coro, la voce si disperda”[2], ebbe modo di ricredersi non appena fu sul ponteggio, affiancato dal fotografo Giuseppe Schiavinotto e dal restauratore Carlo Giantomassi[3].

Il primo lo aiutò a realizzare una documentazione fotografica, il secondo tracciò sulle immagini tutta la successione di ‘giornate di lavoro’ che servirono ad Annibale Carracci per terminare gli affreschi. Grazie all’individuazione di queste ultime, Briganti ebbe la possibilità di definire l’intervento diretto di Annibale e dei suoi seguaci, poté determinare date ed iscrizioni, e scoprire anche il più piccolo accorgimento usato per accentuare, chiaroscurare, rendere il giusto rilievo a quelle figure fatte per essere osservate da lontano e dal basso verso l’alto[4].

Inoltre, egli individuò i due macro periodi in cui avvenne la loro realizzazione: 1597 (1598) – 1601 per la volta – con un’interruzione dal settembre 1599 al dicembre 1600, durante la quale vennero tolti anche i ponteggi, e successiva ripresa, forse il 16 maggio 1600, per essere conclusi nel 1601 -, e 1603 – 1604 per le pareti. L’interruzione principale si dovette, ufficialmente, ad un esaurimento nervoso di Annibale Carracci che lo portò all’impossibilità di dipingere. Il professore avanzò un’ipotesi molto interessante al riguardo: mettendo in relazione la personalità del pittore con gli avvenimenti storici del biennio, che interessarono la città di Roma e la famiglia Farnese, sostenne che le cause esterne che fecero emergere il disagio personale di Carracci furono varie e concatenate tra di loro. In primis le ambizioni di Odoardo Farnese, che aveva commissionato il ciclo, e la critica che egli espresse, più o meno apertamente, all’artista, non tanto al suo riconosciuto talento, ma alla sua scelta di interpretare il programma iconografico mettendo in risalto la sensualità dei protagonisti; poi i contrasti con il fratello Agostino, troppo mondano e pieno di sé, e, infine, il carattere introverso di Annibale.

Il lavoro di ricerca condotto da Briganti venne presentato durante un convegno all’École Française di Roma svoltosi nel mese di ottobre del 1986[5] e poi nel volume G. Briganti, A. Chastel, R. Zapperi Gli amori degli dei. Nuove indagini sulla Galleria Farnese (Roma 1987), nel quale la ricostruzione delle ‘giornate di lavoro’, ben 227[6], sono presentate in una tavola sinottica che riproduce l’intera volta, affiancata dalla campagna fotografica di Giuseppe Schiavinotto.

[1] G. Briganti, Nuove indagini sulla Galleria Farnese, in  G. Briganti, A. Chastel, R. Zapperi “Gli amori degli dei. Nuove indagini sulla Galleria Farnese”, Roma, Ed. dell’Elefante 1987, p. 28.

[2]  Ibidem, p. 25.

[3] “mi sembrava cioè che molte questioni che la riguardano e che erano rimaste aperte per molti anni, avessero trovato negli ultimi decenni […] definitive soluzioni. E invece mi sbagliavo, o almeno mi sbagliavo in parte. […], i miei dubbi  riguardavano soprattutto la possibilità di nuovi apporti a quei due aspetti (cronologia e iconografia) sui quali, in questi ultimi anni, i metodi storico-artistici più emergenti hanno avuto modo di esercitarsi ampiamente con il risultato di chiarire moltissimo il quadro storico.”, vedi G. Briganti, Risultati di un’esplorazione ravvicinata della Galleria Farnese, in “Les Carraches et les décors profane”, Actes du Colloque organisé par l’ École fraçaise de Rome, Roma  École Fraçaise 1988, pp. 65-72.

[4] Si rese conto, ad esempio, delle pennellate, delle correzioni, della fitta tratteggiatura nel cielo del Trionfo di Bacco e Arianna, del cerchio perfetto del polpaccio di Aci.

[5] G. Briganti, Risultati di un’esplorazione …, op. cit,pp. 65-72.

[6] G. Briganti, Risultati di un’esplorazione…, op. cit., p. 66

 

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